Sunday, 27 August 2017

Ho un Tarly che mi rode (o apologia del Dracarys)

Un po’ mi sento sporco a prendere apertamente le parti di Daenerys – per quanto le opzioni in Game of Thrones si siano ormai limitate. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e rispondiamo a una critica ingiusta che le è stata mossa la scorsa settimana (e su cui non ci si è soffermati per via del leak della 7x06 con tutte le castronerie che conteneva).
Il problema in esame è questo:

Mmh, sì. Così. Ancora. Dai, non smettere. Oh, R’hllor, potrei guardare questa gif per tutta la vita.
Randyll e Dickon Tarly, i Concimatori dell’Altopiano, sono finiti arrosto, condannati a morte dalla Dananana e giustiziati da Drogon.
Ora tornate indietro, rileggete la frase un paio di volte e assaporate quel delizioso retrogusto di karma.


E d’accordo, io sono un partigiano Tyrell e ho guardato quella scena giubilando e godendomi la vendetta (Cersei, sei la prossima). Per quanto mi riguarda, i Tarly sono i Bolton e i Frey del Sud, traditori della peggior specie che si sono svenduti per un avanzamento di titolo e motivi di una futilità ciclopica. Cersei almeno è pazza come un cavallo, mentre Randyll “Concimatore” Tarly ha fatto tutto con fredda lucidità.
C’è poi anche la Belle che è in me che vede in Concimatore Tarly il Gaston di Westeros: campione di celodurismo, donne in cucina a preparargli un panino, figlio maschio che deve essere macho e avercelo ancora più duro, tutto il valore sta nei muscoli, al diavolo la cultura e il cervello… insomma, incarna la mascolinità tossica e violenta dal cui stereotipo mi sono sentito schiacciato tutta la vita. Ovvio che mi stesse antipatico a prescindere dal tradimento ai Tyrell.
Forse è proprio per questo che non ho nemmeno le riserve che hanno alcuni sul fatto che Dickon l’abbia seguito a ruota nel barbecue: vedere il vecchiaccio crepare con la consapevolezza che proprio il celodurismo cieco e becero che ha insegnato al figlio l’ha spinto nell tomba non ha prezzo. E come metafora sociale è il fallimento della vecchia società sessista e bigotta, accecata dai suoi stessi pregiudizi.
Ma perfino tralasciando la dissonanza che il suo sessismo e la sua xenofobia (non si schiera con la Dananana perché porta un esercito straniero e “Ruspa! Rimandiamoli a casa!”) hanno con i valori moderni, Randyll Tarly è una persona orribile anche per gli standard di Westeros: era pronto a uccidere Sam pur di non fargli ereditare il titolo quando l’uccisione dei consanguinei è un tabù talmente grave che nemmeno belle personcine come Tywin Lannister si sarebbero mai sognate di infrangerlo (e questo anche nei libri, tralasciando la liberalizzazione del kinslaying che c’è stata nelle ultime stagioni dello show). O il modo in cui ha tolto il raccolto di bocca alla gente dell’Altopiano, il suo popolo, che era appena stato appuntato a governare, per darlo a quelli che erano a tutti gli effetti invasori lo rende un collaborazionista della peggior specie.
Insomma, se qualcuno si è proprio meritato di morire male in Game of Thrones, è Randyll Tarly: avremmo dovuto intuirlo già dalla prima stagione, quando Sam ha raccontato tutte quelle belle cose su di lui, o nella sesta, quando l’abbiamo incontrato per la prima volta, ma sono cose come il tradimento di Lady Olenna Fucking Tyrell per puro arrivismo condito con machismo e xenofobia a non avere perdono.
Ma basta col sentimentalismo Tyrell e torniamo al Dracarys.

Sono molto perplesso: perché la gente sta uscendo di testa per Daenerys che ha bruciato a morte i Tarly? Cosa c’è di illogico in tutto ciò?
Per prima cosa, i paragoni con Cersei non reggono: una cosa è la guerra, un’altra è il terrorismo. Usare un vantaggio tattico (il drago) contro l’esercito nemico è un filino diverso da far esplodere un edificio pieno di civili inermi. E anche giustiziare dei nemici che non si arrendono per mandare un messaggio è diverso da ammazzare i propri rivali politici in tempo di pace coinvolgendo mezza città nella carneficina. In comune c’è solo il fuoco, e pure quello è di colore diverso.

Consideriamo poi i Tarly nello specifico. Dalla prospettiva della Dananana, sono nemici e anche traditori. Non solo sono condottieri avversari, ma hanno disertato e schierato i loro soldati contro l’esercito di cui dovevano far parte dal momento in cui Olenna, di cui erano vassalli, aveva alleato l’intera forza dell’Altopiano con i Targaryen.
I Tarly sono passati dalla parte di una regina senza alcun diritto legittimo sul trono, hanno tradito la loro signora, ne hanno causato la morte (e in guerra è bene mostrare che gli alleati vengono protetti o, quantomeno, vendicati, altrimenti che ci si allea a fare?) e hanno aiutato attivamente il nemico a razziare l’oro e le provvigioni destinati all’esercito Targaryen. Ciliegina sulla torta, hanno sfidato pubblicamente l’autorità di Daenerys adducendo come argomentazione fedeltà a una regina priva di diritti sul trono. Hanno causato un danno politico a Daenerys e uno pratico incalcolabile alla sua campagna militare.
Per cui, dove sta il problema?

È forse l’esecuzione in sé? I presupposti per giustiziarli in maniera esemplare ci sono tutti, non avrebbe avuto alcun senso far passare una serie di atti del genere impunita. E nonostante ciò, la Dananana ha offerto non una, ben due possibilità a Tarly Senior di salvarsi: giurare fedeltà (per quanto vale) e riunirsi al suo esercito, e poi farsi esiliare alla Barriera. Lui ha rifiutato entrambe sminuendo apertamente l’autorità di Daenerys, e lei ha riasserito quell’autorità giustiziando un criminale: si chiama politica in tempi di guerra in una società feudale.
Il problema è allora che ha giustiziato pure Dickon? Poteva starsene zitto e rimediare agli errori del padre giurando fedeltà. Ha deciso diversamente, ha subito le conseguenze della sua scelta. Di nuovo, una persona in posizione di potere in una società feudale deve mandare un messaggio quando la sua autorità viene sfidata pubblicamente, altrimenti finisce per perdere tutto.
Il problema è la morte cruenta? Il fuoco di Drogon è così caldo che ha incenerito soldati in secondi: direi che è una morte piuttosto rapida. E relativamente indolore, visto che più e caldo il fuoco, meno le ustioni fanno male perché i nervi si bruciano e non trasmettono più gli impulsi del dolore al cervello. Non è come un rogo di Melisandre o di Aerys, è più rapido di una decapitazione.

Maremma, mi sembra assurdo difendere la Dananana, ma chi parla a vanvera mi dà più ai nervi di lei che sciorina tutti i suoi titoli. L’esecuzione dei Tarly non è stata né tirannia, né follia, né crudeltà: è stata una manovra politica in tempo di guerra con dietro motivazioni abbondanti e precise. Anzi, probabilmente è uno dei pochi storyline davvero coerenti di tutta questa stagione. Per cui, come dice Margaery:


Thursday, 20 July 2017

Lust For Life: a rogue review

Lo dico con sincerità, sono contento che su Armonie Universali, la webzine musicale a cui contribuisco, sia Michele a occuparsi di Lagna del Rey: non penso che sarei in grado di parlare di Lust For Life in toni professionali, di scrivere un'analisi davvero coerente per un disco così carente a livello strutturale, o di approfondirlo troppo, visto che l’ascolto è davvero, davvero faticoso. Ma dato che mi sono preso la briga di ascoltarlo, ecco una “recensione” rogue e disimpegnata in cui raccolgo le annotazioni che ho buttato giù durante l’ascolto: non posso deludere il mio carissimo Francisco che si aspetta un po’ di snark.

In cui io sono Lady Olenna.

Partiamo dal peccato originale di Lust For Life: è troppo lungo e molto monotono. La mancanza quasi assoluta di variazioni strutturali, melodiche e di arrangiamenti (quando ci sono, il missaggio le penalizza) non giustifica né canzoni per lo più sopra i quattro o cinque minuti (una sfiora addirittura i sei!), né la durata totale del disco, ben un'ora e tredici. Sedici canzoni sono tante giù in condizioni normali, a maggior ragione quando solo un paio – tre a essere generosi – spiccano nel mare di noia.
Di positivo, c’è che un passo avanti è stato fatto: non è offensivamente brutto come Ultraviolence o Honeymoon, né eccessivamente pacchiano come Born To Die, ma ciò non significa che sia un buon disco: su una sessione ritmica costantemente monotona e priva di vita, troviamo o melodie carine penalizzate da arrangiamenti privi di senso, o arrangiamenti interessanti sprecati su melodie inesistenti (quando gira bene: ci sono anche melodie brutte che corrispondono ad arrangiamenti orribili). Il fatto che il tutto si mantenga più sobrio che in passato (non c’è né l’eccesso strumentale di Born To Die, né la cacofonia faux-post-rock di Ultraviolence) è di per sé un merito, ma rivela senza pietà la mancanza di struttura e sostanza delle canzoni, che non hanno nemmeno più un po’ di make up a mascherare i loro difetti.
Ho accennato al missaggio, ed è proprio quello che, spesso, trasforma la mediocrità in orrore: molto spesso, guizzi interessanti della parte strumentale finiscono per annegare in riverberi e filtri senza senso, col risultato che le singole componenti possono catturare l’orecchio, ma si mescolano le une alle altre diventando una specie di rumore di fondo frustrante all’ascolto.
Che lo dico a fare, il colpo di grazia lo dà la performance vocale di Lagna: i difetti sono i soliti – note calanti, timbro nasale, troppo fiato, vocali sguaiate, acuti traballanti – e, come sempre, sono enfatizzati, piuttosto che corretti, in postproduzione con l’immancabile caterva di sovrapposizioni senza senso, filtri vocali vìnteig, riverberi e una prominenza schiacciante sulla parte strumentale. Su un album già lungo e monotono, una performance piagata da difetti tecnici così evidenti e un’interpretazione fiacca e priva di qualsiasi emozione è ancora meno accettabile.

Parlando dell singole canzoni, Love ha una melodia orecchiabile ma mostra già in apertura che il tutto è troppo diluito;  e i gemiti sul bridge sono proprio brutti. Lust For Life è forse la traccia “migliore” del disco: ha una bella melodia e delle belle tastiere, e l’unica pecca è la parte parlata che rallenta ulteriormente una canzone già poco vivace. 13 Beaches inizia con la brutta orchestrina sanremese e dei campionamenti inutili. L’arrangiamento del ritornello non è male, specie il synth-arpa, ma sopportare la loffiaggine delle strofe per arrivarci è abbastanza faticoso. Cherry inizia con un vocalizzo di rara bruttezza e continua con una melodia vocale inutilmente prolissa, soprattutto nelle strofe. Di salvabile ha solo il beat del ritornello, sprecato nella scarsa coerenza del resto. Il “fuck” finale dà un tocco di classe che spostati.
White Mustang non è malvagia, è semplicemente soporifera, soprattutto per la prova vocale del tutto priva di espressività. I fischi sul finale danno un tocco orribilmente cacofonico in una texture strumentale così scarna. Summer Bummer – un titolo, una garanzia – è invece proprio brutta. La parte rap è loffia quanto le vocals di Lana ed è semplicemente insopportabile, mentre i vocalizzi di sottofondo verso il finale sono atroci. Sul serio, Lagna, chi te lo fa fare a strozzarti così? Scrivi roba alla tua portata.
E a proposito, su Groupie Lover la voce raggiunge picchi di nasalità impressionanti. Senza quel beat caotico l'arrangiamento del ritornello sarebbe stato interessante, ma tutto quel rumore distrae da una melodia già difficile da seguire. Il bridge ha una parte strumentale molto carina, ma i rapper rovinano tutto. L’orrore vocale continua su In My Feelings: il filtro, combinato con il tono nasale e la sguaitezza degli acuti, è micidiale, continua pure sul ritornello e rende gli acuti del bridge semplicemente atroci. Manca totalmente una melodia coerente, il che è uno spreco di una base interessante.
Coachella – Woodstock In My Mind ha una melodia noiosa, un arrangiamento troppo uniforme ed è cantata davvero da cani. Riverberato com’è, il synth sul bridge è proprio cacofonico. God Bless America – And All the Beautiful Women In It invece prende ritornello che non è male, ma lo annega in troppa ripetitività. L’accavallarsi senza senso delle tracce vocali nel penultimo ritornello crea solo confusione, specie perché è una delle peggiori performance vocali di Lana in assoluto. In compenso, apprezzo l’ironia degli spari in sottofondo: cattura appieno lo spirito americano.
When The World Was At War We Kept Dancing è la prima canzone a variare gli arrangiamenti introducendo un po’ di chitarra. C’è di nuovo un accavallarsi senza senso di tracce vocali su un cantato già sfiatato e sguaiato, specie su quei brutti acuti. Beautiful People Beautiful Problems sembra promettere un’altra novità, il pianoforte, ma si tratta semplici accordi in successione che non variano mai. La melodia non è male, ma l’arrangiamento è di una monotonia estenuante. Tomorrow Never Came è una ballata innocua, anche se eccessivamente lunga: Non aggiunge nulla di davvero interessante, ma almeno non è offensiva da quanto è brutta. D’altro canto, Heroin, che sfiora i sei minuti, è insopportabile. La tastiera iniziale è carina ma, di nuovo, la performance è davvero aberrante. A un minuto ancora non è successo nulla d’interessante e l’attenzione scema praticamente fino al bridge, dove i latrati di Lagna svegliano all’improvviso. L’organo di sottofondo, invece che aggiungere un tocco, aumenta il senso di pesantezza di un brano troppo lento e monotono che non ha un vero climax e una risoluzione.
Change ha un piano davvero bello, ma è relegato sullo sfondo nel mix per lasciare spazio a una performance, alla meglio, mediocre. Peccato: anche la melodia è carina, ma la scelta di missaggio penalizza davvero il brano. Get Free, infine, ha qualche scelta imbarazzante, come i controcanti sguaiatissimi a fine ritornello (sull’ultimo sono addirittura più forti della linea vocale principale, ma perché?!), ma la melodia è bellina, l’arrangaiamento vivace e, con questo ritmo, anche l’accenno di organetto trova un suo posto. Peccato per un intero minuto di rumori di onde e gabbiani alla fine di un album che già era troppo lungo: è una scelta insensata.

L’unico vero progresso è che, stavolta, i testi almeno un 6-- se lo meritano, se non altro per lo sforzo: certo, c’è sempre una predominanza di immagini da Sogno Americano in salsa hollywoodiana (fra le spiagge estive, auto di lusso, groupie, vita paxxissima da ragazzaccia, prostituzione, il Cartello di Hollywood tirato in ballo così), riferimenti troppo diretti al vìnteig, ma almeno la glamourizzazione della tristezza è tenuta a un minimo accettabile e c’è un tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza sociale. Con la profondità di una pozzanghera, ma almeno è qualcosa – sebbene sia una minoranza delle canzoni, contrariamente a ciò che millantava la stampa online. Non c’è nulla di realmente interessante, ma almeno non sono testi stupidi e pretenziosi come in passato.

Certo, la mancanza di male non è di per sé bene. Lust For Life è meglio dei due predecessori, ma resta lungo, monotono e privo di reali contenuti. E non è solo una questione di apprezzare o meno la musica downtempo: sono proprio le carenze strutturali delle troppe canzoni, la mancanza di una progressione coerente che arrivi a un picco e a una risoluzione, l’eccessivo trascinarsi di melodie sconclusionate, la ripetitività e l’appiattimento degli arrangiamenti a dare questa sensazione estenuante. L’unico tentativo di innovazione e insaporimento, l’inserimento dei rapper, è naufragato malamente perché le canzoni non hanno melodie che sostengano quelle parti e il tutto si traduce in ulteriore noia.
Insomma, ci sono modi migliori di impiegare quell’ora e passa di tempo che ascoltare un album, sostanzialmente, inutile.

Saturday, 29 April 2017

Schadenfreude


Lo ammetto: mi sento un filino ipocrita. Il fatto è che l’intera faccenda del Fyre Festival si offre talmente bene a una risata per come una certa fascia sociale abbia sbattuto brutalmente il muso sulla realtà quotidiana di certe altre fasce sociali che è difficile mettere a fuoco che questo stesso divertimento è indice di quanto la nostra società stia sbandando.

Per chi non seguisse le vicende virali su internet, il Fyre Festival è sostanzialmente un incrocio fra Lost, un episodio di Black Mirror e ciò che Alma Coin aveva in mente quando voleva buttare i bimbi di Capitol negli Hunger Games. In sostanza, due tizi che non hanno le minime skill organizzative hanno venduto biglietti da migliaia di dollari per un festival musicale extralusso nelle Bahamas, con tanto di ospiti illustri, ville da sogno, cucina gourmet e attività ricreative costose, marketizzandolo attraverso starlet di Instagram, influencer e quant’altro, a persone che possono permettersi di spendere quelle cifre. Il tutto prima ancora anche solo di pensare a come organizzare il tutto, col risultato che gli ospiti sono arrivati alle Bahamas per trovare una tendopoli senza cibo, acqua corrente, sicurezza e, ovviamente, ospiti musicali.
E… dai, l’intera faccenda semplicemente fa ridere, c’è poco da fare. Da amante della musica, trovo divertente che tanta gente abbia pagato un sovrapprezzo assurdo per il collaterale quando, spendendo la metà, avrebbe potuto farsi tutti i concerti in scaletta individualmente; chiaro, il punto non era la musica proposta, ma lo status symbol, il paradiso tropicale, il lusso… l’esclusività dell’evento. E poi c’è il fatto che abbiano abboccato perché un manipolo di “personalità” di internet ha presentato la cosa su Instagram in maniera sfiziosa, a prescindere da quello che sarebbe stato il contenuto. Questa vicenda si presta talmente bene a un commento sulla società dell’apparire, sulla superficialità del marketing virale, sul consumismo e bla bla che lascerò gli opinionisti seri a occuparsene.
Anche perché, il tempo di inforcare Twitter e seguire l’hashtag per farmi due risate di chi si lamentava della mancanza del lusso prima di accorgersi che non c’erano proprio condizioni umane di base, e il divertimento mi è già passato. Complici anche i commenti di quelli che non fanno parte dell’1% che poteva permettersi l’evento, ma ci mettono comunque becco. 


Per carità, ce ne sono di davvero divertenti, come quello qui sopra. Però vedo una netta predominanza delle parole “white rich millennial kids”, con le implicazioni sfortunate che si portano dietro. Non tanto il “kids”, perché è vero che la vita ovattata che hanno condotto ha sicuramente contribuito all’ingenuità con cui si sono buttati nella cosa – e pensare che il contrasto stridente ha amplificato esponenzialmente il loro orrore è sadicamente divertente. E ignorerò anche il “white” perché il fatto che indichi automaticamente privilegi non è del tutto scorretto ma nemmeno corretto, ed è un discorso per un altro momento.
Fermiamoci un momento su “millennial” e “rich”: il primo è l’ennesimo commento su come la nostra generazione sia priva di “veri valori” e ignora che qualcuno dovrà pur averci cresciuti così; il secondo è l’unico aspetto della vicenda che la rende divertente. A livello superficiale, è vero: “Boo-hoo, ti tocca dormire in tenda”. Ma a parte che il problema lì era molto più che dover dormire in tenda, se pago per un bene o un servizio, è quel bene o servizio che devo ricevere, punto. A prescindere che costi cinque euro o cinquantamila dollari. “Poor rich kid” è uno stereotipo spesso vero, e di capricci per una manicure scheggiata o un pizzetto non scontornato a dovere è pieno il mondo, ma quel “rich” qui viene brandito come una colpa. E di nuovo, sì, è sostanzialmente un gruppo di gente viziata che ha pagato uno sproposito per un mucchio di roba superflua che con la musica ha poco a che fare, ma qual è il problema, che loro possono permetterselo e noi no? Eh?

C’è poi un ulteriore aspetto che mi disturba non poco: non appena la tendopoli del Fyre Festival è stata paragonata a un campo rifugiati, tutti sono subito saliti sul pulpito a notare con enorme gaudio l’ironia di un mucchio di gente ricca e viziata che si è ritrovata nelle condizioni in cui vivono le stesse persone che vorrebbero non accogliere nei loro paesi. Tralasciando la generalizzazione… e quindi? Questi commenti chi li sta facendo, i rifugiati nei campi profughi o gente che può permettersi l’accesso a internet dalla comodità delle proprie case? Se è giusto che gli amichetti di Kendall Jenner vivano per un giorno da profughi per capire com’è, perché non lo fanno anche quelli che commentano? Magari l’ironia della situazione non sarebbe più così divertente, quando non capita agli altri?
Il punto di questi commenti non è pensare a quelli che stanno peggio di noi e augurarsi (o contribuire a portare) un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma bearsi del peggioramento di quelle di gente che sta meglio di noi. Ed è un problema sociale non indifferente. È la versione più divertente e meno crudele di quelli che, quando succede un attentato in una città europea, subito strillano: “Ben ci sta, ci sono luoghi del mondo in cui questa è la realtà quotidiana, almeno abbiamo un assaggio e capiamo com’è”.
No.
No, no e NO. Questo è un ragionamento sbagliato. Il punto della civilizzazione non è dare a tutti un assaggio della brutalità del mondo. Non è peggiorare le condizioni di chi sta meglio per sentirci tutti un po’ più infelici. Il punto di una civiltà sana e prospera è far sì che nessuno viva in condizioni disperate e subisca violenza. Pensare il contrario, che un mucchio di gente ricca si meriti di fare un giorno il profugo per una propria scelta andata male – o che una bomba sotto casa ci “insegni la lezione” – non risolve il problema di chi davvero vive così perché subisce le scelte altrui.
Come ragionamento, non ci dà la superiorità morale per giudicare uno stile di vita che percepiamo come sbagliato. Alla fin fine, è sintomatico della stessa, identica mentalità del riccone che ignora i problemi della gente comune perché tanto capitano a qualcun altro, solo venata dell’invidia di non poter fare altrettanto. Non è lotta sociale, è semplice meschinità.

Per cui, sì, la faccenda del Fyre Festival è oggettivamente ridicola e non si può sfuggire a una certa dose di schadenfreude per come è nata e si è sviluppata. Ridiamoci pure, questi cinque minuti, ma magari riflettiamoci anche un po’, cerchiamo di individuare il vero problema e miglioriamo un filino la nostra mentalità, privata e collettiva, per concentrarci su espandere il benessere invece che imporre il malessere.

Friday, 24 March 2017

Ammaestrare la Bestia

Sarà che ultimamente sono un filino ipersensibile su qualsiasi cosa rientri nella sfera de La Bella e la Bestia perché il 90% del mio spazio-pensiero è occupato da quello, ma sono appena inciampato su un video che è partito bene, è scivolato malamente sul finale e mi ha fatto incazzare parecchio per questo:


Ora, di base l’idea che c’è dietro sembra buona; sono l’esecuzione e il messaggio finale ad avere delle implicazioni poco fortunate. Inizialmente, il tema sembra essere come la retorica de “i maschietti non piangono” danneggi gli uomini e, scoraggiando la loro empatia, porti come conseguenza la violenza sulle donne. Sul finale, invece, il problema viene completamente accantonato e l’attenzione si sposta unicamente sulla violenza verso le donne, senza stabilire una diretta relazione fra i due fenomeni. Non c’è nulla nel linguaggio cinematografico del video che stabilisce un collegamento fra “i maschietti non piangono” e la violenza e mancanza di empatia verso la ragazza: non vediamo, ad esempio, lo stesso tizio che dice “Romeo, i maschietti non piangono” attaccare la sua ragazza per dimostrare che è quella mentalità la causa della violenza. Probabilmente è reso implicito dalla trasformazione del ragazzo sensibile in Bestia, ma poi arriva il messaggio finale della signora che smonta del tutto quest’idea: non c’è qualcosa che non va ne “i maschietti non piangono”, è che a quel messaggio manca “e non fanno piangere le ragazze”. Il benessere affettivo e la completezza umana dell’uomo è totalmente irrilevante, a patto che lo si prenda e lo si ammaestri come un cagnolino perché, povero scemo primitivo, non capisce.
Insomma, non c’è bisogno di preoccuparsi di ritrasformare la Bestia in Principe, basta mettergli il guinzaglio.

E qui torniamo a La Bella e la Bestia, che considero un film dal messaggio fortemente antisessista. All’inizio, la Bestia non è poi tanto dissimile da Gaston: è l’estremizzazione del principio maschile di forza bruta, virilità incontrollata e completa disconnessione emotiva. Ciò che rende la Bestia tale è proprio quello: non è empatico, non rispetta le emozioni degli altri perché non riconosce il valore delle proprie; non si rende conto che è l’assenza di qualsiasi emozione non sia rabbia virile a renderlo un mostro. Ed è ricongingendosi a quel lato, imparando l’empatia, il valore delle proprie emozioni e il rispetto di quelle degli altri, che spezza l’incantesimo.
Parlando per archetipi, smette di essere una Bestia e diventa un vero essere umano quando completa il suo lato “maschile” (forza, rabbia, istinto) con le caratteristiche considerate “femminili” (empatia, raffinatezza, cultura, espressività). Gaston, d’altra parte, fa completamente sua la logica de “i maschietti non piangono” e, fino alla fine, ignora il valore delle emozioni e non rispetta quelli altrui, al punto che ciò gli si ritorce contro e lo conduce alla morte.
È questo il messaggio che trovo importante: è liberando se stessi del sessismo, dello stereotipo di ciò che è adatto o meno ai maschietti e alle femminucce, in termini emotivi, che si diventa esseri umani migliori e si impara a rispettare se stessi e gli altri; se non si cerca di crescere in questo senso, siamo noi stessi i primi a rimetterci.

E è proprio questo che manca al video di cui sopra: non viene enfatizzato che preservare l’equilibrio psico-emotivo di una persona è fondamentale per spingerla a trattare gli altri con riguardo. Il problema è solo la violenza (fisica) sulle donne, non quella (psicologica) con cui le aspettative sociali sui ruoli di genere trasformano i Principi in Bestie. È proprio quello che mi fa incazzare: l’atteggiamento di menefreghismo verso il problema maschile, come se il ragazzo lì fosse un semplice accessorio nella narrativa dell’emancipazione femminile e non avesse un proprio vissuto, che include una certa pressione sociale affinché si conformi a un certo comportamento.
Ma la realtà è che non si può insegnare ai maschietti a non far soffrire le femminucce se prima non si insegna loro che la sofferenza non è una colpa, che piangere, essere tristi, non è sbagliato, che non si deve essere puniti per quello, ma ci si deve sostenere a vicenda. Se non si smette prima di colpevolizzarli quando piangono, come possono capire che quel pianto è importante, che la tristezza e il dolore sono reali, che non li si dovrebbe infliggere deliberatamente agli altri – maschi o femmine che siano?
Purtroppo, a un grosso ramo del femminismo questa sottigliezza sfugge: non vede al di là del suo naso e non capisce che ogni problema delle donne è lo specchio, l’altra faccia, la diretta conseguenza di un problema degli uomini, e che la società sessista colpisce tutti indistintamente. Che poi, è un atteggiamento controproducente: ignorare che anche gli uomini hanno problemi impedisce un’analisi obiettiva dei fatti che aiuterebbe a formulare una soluzione più facilmente raggiungibile.
Fortunatamente, c’è anche un ramo del femminismo (che in realtà è semplice antisessismo, ma non lo sa) che capisce che l’obiettivo è il benessere di tutti e gli interventi vanno fatti in tandem per risolvere sia i problemi che affliggono le donne, sia quelli che affliggono gli uomini. Per restare in tema, mi viene in mente proprio una certa Belle che la pensa così e diffonde questo messaggio.
E poi chissà, magari passeremo dal voler solo ammaestrare la Bestia senza preoccuparci per lui, non solo al trasformarlo di nuovo in Principe, ma al non trasformarlo proprio in Bestia dall’inizio.

Saturday, 18 March 2017

Beauty & the Train

Mentre ammiro il paesaggio mozzafiato della costa giuliana dal treno – e, dopo tutti questi anni, non ha ancora smesso di incantarmi – mi viene da chiedermi se, al di là delle questioni tecniche come terreno e rilievi, la monarchia Austroungarica non abbia deliberatamente scelto questo percorso per sbalordire il viaggiatore che arrivava a Trieste per la prima volta. La ferrovia si snoda in alto, sopra scogliere carsiche coperte di boscaglia che arriva fino al mare. In lontananza, oltre Trieste, la costa settentrionale dell’Istria, e da quassù si abbraccia una porzione davvero mozzafiato di orizzonte.
Non mi sorprenderebbe se il percorso del treno fosse stato studiato tenendo conto anche delle esigenze estetiche, in un’epoca in cui ancora non erano sacrificate sull’altare della totale praticità. Del resto, perfino l’acquedotto austroungarico di Trieste è puntellato di cisterne costruite a forma di torre di vedetta medievale, per nessun altro motivo che per intonarsi col paesaggio circostante.
Fatto sta che il tratto di ferrovia fra Trieste e Monfalcone è uno dei più belli che abbia mai visto.

In tutto ciò, ho visto anche La Bella e la Bestia al cinema l’altro ieri. Dire che mi è piaciuto sarebbe un eufemismo, ma ancora non mi sento pronto a scrivere un parere / recensione: è un argomento troppo emotivo (e sì, ho pianto per due terzi buoni del secondo tempo; ma proprio a singhiozzi, non esagero). Confido nel fatto che in Merilend, dove sono giusto diretto, arrivi un po’ in ritardo, così potrò andarlo a rivedere con calma, magari assieme alla Mater.
Per ora posso dire che Dio ha sicuramente voluto punirmi con la nuova traduzione delle canzoni (e, considerando che nemmeno esiste, ha decisamente strafatto: sono orribili). Non solo per il fattore nostalgia, ma proprio perché la metrica non entra nella melodia. E che cavolo, tieni il vecchio adattamento se vedi che quello nuovo fa pietà agli studenti del tecnico per turismo. Comunque non è una colpa che posso attribuire al film: semplicemente, appena uscirà in DVD lo guarderò in inglese vita natural durante e dimenticherò di aver sentito quella roba atroce.
Accenno giusto al fatto che Le Fou è diventato uno dei personaggi migliori del film, e non per la sottotrama gay, ma proprio perché nel complesso è scritto proprio bene. L’ho davvero adorato e penso che scriverò un post apposito in cui spiego perché le mie paure sull’eredità del codice Hays fossero infondate.
Per il resto, un paio di scelte secondo me hanno funzionato davvero male e hanno tolto drammaticità a momenti che nel cartone erano molto intensi, ma gli sceneggiatori hanno compensato in altri frangenti. In generale, il film omaggia molto la versione animata, a volte la prende un po’ in giro affettuosamente sui dettagli bizzarri che i fan hanno notato in questi anni, ma nel complesso è un’opera a sé stante che cammina sulle sue gambe. Il fatto di avere due film Disney de La Bella e la Bestia da guardare che non si oscurano a vicenda mi rende molto felice. (Mi fa anche piangere come una fontana, in realtà, ma quello non andrà mai via, temo.)

Tuesday, 14 March 2017

Ciò che non è salvabile in Un Magico Natale

Lo ammetto: sono rimasto scioccato nello scoprire che esistono fan de La Bella e la Bestia: Un Magico Natale (ciao, Veronica, sto guardando te), o persone che addirittura dicono di aver visto quello più volte dell’originale (GASP!) e ricordano a memoria tutte le canzoni (ciao, Arrigo e Chiariel, sto guardando voi). I mean…


Io pensavo che il massimo sentimento positivo che si potesse avere per quella cosa fosse tolleranza, e pure a denti stretti. Ma visto che l’attesa per il live action de La Bella e la Bestia mi sta snervando, ho deciso di essere una persona orribile e smontare il film pezzo per pezzo per il solo gusto di rovinarvelo. Ed essermi svegliato a un orario improponibile stamattina mi fa desiderare che sia la vigila di Natale per rovinare anche un po’ lo spirito natalizio così, a caso. Di sicuro riproporrò questo post il prossimo dicembre per pura cattiveria.
E qui iniziano i problemi, perché se devo parlare male di questo film, francamente non so nemmeno da che parte cominciare perché è un tiro al bersaglio. Come ho già accennato, l’animazione è la pallida ombra di quella dell’originale – sebbene non sia orripilante come quella di moltissimi altri sequel Disney, primo fra tutti l’agghiacciante Mondo Incantato di Belle. La trama è stupida fino a essere imbarazzante ma, dovendo finire la storia nello stesso punto in cui l’hai iniziata – stesso motivo per cui, se si esclude l’analisi psicoanalitica, il villain è uno dei più stupidi e meno motivati dell’intera produzione animata Disney: l’unico conflitto che può esistere in un midquel ambientato in un castello isolato dal mondo deve essere interno,non c’è molto da poter inventare. Solo che questo, di midquel, fa davvero poco per provare ad attenuarli.

Andando più nel dettaglio, però, vogliamo parlare dei problemi di continuità col film precedente?
Quando? No, seriamente: quando dovrebbe aver luogo, ‘sta menata? L’ipotesi più probabile è dopo l’attacco dei lupi nella foresta, visto che Belle mostra segni di disgelo verso la Bestia, ma prima della libreria, visto che lui si comporta ancora da stronzo (il che è un problema di per sé, ma ci torneremo dopo). Eppure, ci sono mica segni di fasciature sul braccio della Bestia? No, e ciò è ridicolo, perché quando la Bestia e i servitori parlano di che regalo fare a Belle lui sta ancora guarendo. E il motivo per cui la Bestia le regala la libreria è che vuole “fare qualcosa – ma cosa?” per Belle: visto che Belle vuole a tutti i costi celebrare il Natale, quale modo migliore di accontentarla facilmente e senza sforzo, pur con tutto lo stress post-traumatico per l’anniversario della trasformazione? Cioè, questo segmento è totalmente incollocabile nella linea temporale del film originale perché non c’è nessun momento in cui Belle vuole avere a che fare con la Bestia prima che lui smetta di comportarsi da mostro.
Lumiere e Angelique. Lumiere x Spolverina è stata una delle mie OTP sin da quando avevo quattro anni. D’accordo che anche nell’originale è implicato che lui flirta con qualsiasi cosa si muova e abbia (o abbia avuto) due cromosomi X, ma il fatto che in questo film si dedichi unicamente ad Angelique (che non riceve neanche una menzione nell’originale) mentre Spolverina fa mezzo cameo fra le comparse di un numero musicale mi ha da sempre mandato in Bestia. Pun intended.
• La foresta nera. “Sembra pericolosa…”, dice Belle quando Forte le suggerisce di andarci a cercare un cavolo di abete. NON SAPREI, BELLE, mi pare che tu sia appena scampata a un attacco di lupi feroci proprio lì, dovresti ricordarti che È pericolosa. È un rischio troppo grosso per uno stupido albero di Natale, e tu sei una persona intellig… oh wait, allo stupro dei personaggi ci arriviamo con calma.
• Il castello semidistrutto. Capisco che, se non riesci a tirar fuori una trama interessante, per rimediare devi almeno creare un climax intenso, ma… è un midquel, per l’ammorh del cielo: alla fine del film devi tornare esattamente allo status quo precedente per mantenere la storia originale intatta. In questa pagliacciata, Forte distrugge una parte del castello (esatto, non spacca solo le vetrate dell’Ala Ovest, fa praticamente crollare la torre della prigione!), ma nel resto dell’originale non c’è traccia di nulla di tutto ciò. What gives?! Se crei un midquel dove succedono eventi che rischiano di stravolgere l’originale, forse l’hai fatta un po’ fuori dal vaso, eh!
La magia di Forte. Castello a parte, perché mai Forte ha dei poteri magici? L’Incantatrice vuole punire la Bestia e maledice lui; poi maledice anche gli abitanti del castello per dimostrargli che il suo egoismo ha conseguenza anche sugli altri. Se la trasformazione è una punizione, che senso ha dare a uno (e uno solo) dei cortigiani poteri magici potenzialmente letali che, oltretutto, migliorano la sua esistenza rispetto a quando era umano? I poteri di Forte contraddicono completamente la logica della storia. (E anche i toni, ma di quello parlo sotto.)
Che fine fanno i nuovi personaggi? Sempre il problema dei midquel che si svolgono in uno spazio chiuso, entro la fine di Un Magico Natale tutti i nuovi oggetti diventano BFF con quelli già noti. Ti aspetteresti che sia Fife a suonare per il ballo, o Angelique a decorare la sala, o salcazzo cosa; invece, ovviamente, essendo personaggi creati ex novo, non li si nomina più per tutto il resto della storia. Ne deduciamo che Angelique sia tornata in soffitta con i suoi amici addobbi alla fine del midquel? Beh, sono oggetti a tema natalizio: non ne sentiremmo la mancanza, se non aprissero un buco di continuità che spalancano.
Che fine fanno i nuovi personaggi, reprise. Forte costituisce di nuovo un grosso problema a parte: è BLOCCATO SU QUESTA PARETE!!! e quindi fisicamente giustificato per non essere apparso prima, ma resta pur sempre il più fidato consigliere della Bestia negli anni della maledizione. Eppure, non viene nominato mai nel corso del film originale: gli altri servi non lo nominano; la Bestia non corre a confidarsi con lui appena una ragazza mette piede nel castello, o dopo che l’invito a cena va malissimo; non gli chiede consiglio nemmeno per la questione del “voglio fare qualcosa – ma cosa?”; dopo la sua morte, la Bestia sembra riprendersi senza conseguenze, anche se ha scoperto di esser stato manipolato per anni, tradito e ha perso quello che era il suo unico amico nei momenti più neri. Di nuovo, il midquel non era previsto nel film originale, è logico. Ma, facendo il passo più lungo della gamba, apre l’ennesimo buco di trama.
• Il vestito dorato. E QUI MI PARTE IL BERSERK: IL FATTO CHE BELLE ABBIA INDOSSATO QUEL VESTITO PRIMA DEL BALLO CON LA BESTIA ROVINA COMPLETAMENTE QUELLA SCENA. Tutta la suspence, tutta la sorpresa di vedere come si è fatta bella per l’occasione, l’intensità di come la Bestia la accoglie sulla scalinata vedendola vestita da principessa… buttati via, perché indossa il vestito per vedere un cavolo di albero di Natale. NO. NO E POI NO. QUELLA SCENA NON È MAI ESISTITA, MI RIFIUTO!

Piccolo appunto sulla magia di Forte: fin da piccolo, l’ho sempre percepita come estremamente fuori posto rispetto ai toni del film, anche se non avevo ancora gli strumenti analitici per capire il perché. Ed è vero, a scatenare tutto l’intreccio è una maledizione che viene spezzata con tanto di fuochi d’artificio magici, e i sidekick sono oggetti animati. Ma, tolto questo, la trama del film è estremamente umana e “reale”. Gli ostacoli che Belle e la Bestia devono superare sono puramente psicologici: il peso delle aspettative della società, la perdita del senso di identità, il non sapersi rapportare con gli altri e con i propri sentimenti, il voler essere migliori per non deludere qualcuno a cui si tiene, la ricerca del proprio posto nel mondo e la sorpresa di trovarlo accanto a qualcun altro ostracizzato dalla società. Il cattivo, Gaston, è un semplice uomo, frutto dei suoi tempi e della sua società, senza incantesimi, poteri o magia: semplicemente, cede al peso del suo ego, cresciuto a dismisura per colpa dell’ambiente in cui vive, e ne rimane schiacciato.
Infilare in tutto ciò un enorme organo magico che attacca materializzando la sua musica sotto forma di pentagrammi annotati color verde fosforescente è giusto un tantino fuori luogo.

E poi c’è il grosso problema di come tutti, ma proprio TUTTI i vecchi personaggi siano clamorosamente out of character, chi più chi meno. Tranne, forse, Maurice, che fa mezzo cameo senza nemmeno dialogo all’inizio e alla fine del film. Ma gli altri sono un disastro.
Gli oggetti animati. Ora, è vero che, crescendo, ho rivalutato un po’ i sidekick della Bestia (a parte Mrs. Bric) e ho iniziato a vederli come un filino egoisti e petulanti sotto la patina di preoccupazione e affetto per Belle. Il che è giustificato (sono stati maledetti senza aver colpa e gradirebbero tornare umani, prova a biasimarli), ma quel vago senso che vedano in Belle poco più che un mezzo per arrivare a un fine un po’ mi pizzica. Beh, leviamo pure il “vago”, perché in Un Magico Natale non c’è nessuna sottigliezza nel loro voler forzare le cose fra Belle e la Bestia. Nel primo film, sebbene abbiano una certa urgenza, rispettano l’individualità di Belle e del Padrone, e al massimo aiutano lui a smussare gli angoli per essere in primis una persona migliore e, di conseguenza, conquistare Belle. Qui invece complottano a tutto spiano e si inventano piani stupidi e complicati per farli trovare da soli assieme anche se probabilmente lei non vuole avere nulla a che fare con lui e lui soffre tremendamente perché non si sente all’altezza di lei. Cioè, ma l’empatia? Dimenticata del tutto?
La Bestia. Lui è una caricatura, punto. D’accordo che nell’originale avevamo stabilito che “il Principe era viziato, egoista e cattivo”, ma in questo film sembra un marmocchio di cinque anni che fa i capricci per le cose più stupide! Perché lascia un’impronta amorfa sulla neve. Perché Belle vuole prendere un ciocco di legno per fare lo Yule Log. Per le decorazioni di Nat– no, ok, quelle danno ai nervi anche a me, but still! Nel film originale, Belle e la Bestia hanno i loro dissapori, ma almeno su cose sensate, non su stupidaggini. E soprattutto, Belle rimetteva la Bestia al suo posto e lui si dava una calmata, non continuava a borbottare in un angolo come una pentola sul fornello, pronto a esplodere per la successiva cazzata: c’è un limite di battibecchi che si possono mettere in una relazione prima che inizi a puzzare di abuso, sapete? Ci sarebbe anche da ridire sul suo continuo piangersi addosso e lagnarsi con Forte, che nel film originale era giusto un accenno mentre qui è esasperato, ma il rapporto della Bestia con Forte è, appunto, l’unica cosa che mi sento di salvare da questo pastrocchio, per cui sorvolerò.
Belle. Oh Belle. Da dove comincio per descrivere il massacro che hanno fatto al tuo personaggio? La mia argomentazione di punta contro la faccenda della sindrome di Stoccolma ne La Bella e la Bestia è che uno, quando la Bestia la lascia andare lei se ne va probabilmente per sempre, e due, soprattutto, Belle non intende aver nulla a che fare con lui finché lui non smette di comportarsi da coglione. Non un secondo prima. Finché lui non inizia a trattarla con rispetto, lei non tollera nessuno dei suoi capricci, non gli parla fuori dallo stretto necessario, gli risponde a tono quando si sente insultata, non lo frequenta, non si interessa a lui, non prova niente (di positivo, per lo meno) per lui. Men che meno cerca di cambiarlo o riparare il suo quorycinoh spezzatoh e tirarlo fuori dalla sua infelicità. Non è lei che cerca di cambiarlo, è lui che decide di cambiare il suo atteggiamento per piacere a lei e, nel farlo, si scopre migliore di quel che lui stesso riteneva.
Qui invece Belle, oltre a essere eternamente felice, gioiosa e ottimista mentre è ancora la prigioniera di un mostro che la tratta di merda, ruota totalmente intorno a lui, ai suoi capricci, alle sue crisi emo, a come renderlo felice, a come ripararlo, a come cambiarlo, a come far funzionare una relazione con un uomo abusivo e violento. Non c’è nulla ella Belle che rifiuta fermamente Gaston perché ha rispetto per se stessa, e sempre per quello non si lascia maltrattare perfino da un uomo in una posizione di potere rispetto a lei: qui vede la Bestia come un progetto, il povero uomo da riparare col suo ammoreh, e perde ogni dignità nel farlo. Cioè… NO. Quella lì non è Belle. È una crocerossina che fa il cosplay di Belle, ma NON È BELLE. Non è lo stesso personaggio, non ragiona nello stesso modo, non si comporta nello stesso modo, non ha gli stessi valori, non comunica lo stesso messaggio. E la cosa che mi manda del tutto in bestia è che hanno ridotto così la PRIMA Principessa Disney ad avere un carattere interessante, completo e separato da quello del suo uomo! PERCHÉ NESSUNO HA FERMATO QUESTO SCEMPIO, PERCHÉ?!

Io dopo dieci minuti di Belle in questo filmaccio.
E insomma, capisco che è un sequel direct-to-video e anche uno speciale di Natale, ma ciò non toglie nulla all’orrore che fa questo film. La Bella e la Bestia aveva un messaggio importantissimo sull’amore e il rispetto per se stessi come base per amare e rispettare il prossimo, sul non arrendersi e continuare a cercare il proprio posto nel mondo anche se il mondo sembra rifiutarti, che c’è speranza per tutti ma bisogna rimboccarsi le maniche e cambiare le cose. Questo invece è l’equivalente della logica per cui i ventidue alberi di Natale in Piazza Unità dimostrano che a Trieste va tutto bene e la crisi è passata perché hey, è Natale! È solo un mucchio di stupida, melensa superficialità natalizia, di finta speranza stagionale preconfezionata, di buonismo spensierato e perdono garantito senza riparare veramente le cose, e di vera sindrome di Stoccolma. E nemmeno ci prova, a dissimulare la sua assoluta mancanza di sostanza. Anzi, la ostenta schizzando tutto il fango che riesce sul materiale originale – e CHE materiale originale.
Odio. ODIO!
DISTRUGGETELO COL FUOCO!

La fine che questo filmaccio si merita.

Sunday, 12 March 2017

C’è qualcosa di salvabile in Un Magico Natale?

Giovedì esce il live action de La Bella e la Bestia e l’hype mi sta mangiando vivo. Siccome ho un bisogno disperato di surrogati, ho deciso di pipparmi quel classico dell’inettitudine cinematografica che è La Bella e La Bestia: Un Magico Natale. Poi chiediamoci perché non amo il Natale.
Ok, a essere sincero, da piccolo riuscivo a tollerarlo principalmente perché ha portato altri oggetti animati (non che li adorassi o giocassi col set di porcellane di mia zia quando passavo il pomeriggio da lei, proprio no). Ma siamo sinceri: la storia è stucchevole, l’animazione nemmeno paragonabile all’originale (porca miseria, l’hanno nominato come miglior film agli Oscar e me lo riducete così?), l’intreccio non ha un briciolo di senso e i personaggi non solo sono caricaturali (soprattutto Belle e la Bestia), ma vanno spesso contro la logica che avevano nel film originale. Oh, e da bambino non riuscivo a stomacare che Lumière flirtasse con qualcuno che non fosse la cameriera, o che Belle avesse indossato il vestito dorato prima della scena del ballo. NO. Nulla di tutto ciò è canon. Questo film non è mai esistito, già a otto-nove anni la cosa mi era ben chiara.
Riguardandolo da adulto, però, non ho potuto fare a meno di rivalutare un elemento in particolare: il villain, Forte, e il rapporto che ha con la Bestia.

Aiutatemi a dire “creepy”.
Parliamo un momento della trama (che considero sempre grossolana e stupida): Belle è prigioniera nel castello e la Bestia ancora non si comporta come dovrebbe. Il Natale si avvicina e Belle decide di celebrarlo, nonostante la Bestia l’abbia vietato perché è anche l’anniversario dell’incantesimo. I loro stupidi battibecchi vengono esacerbati dalle macchinazioni di Forte, l’ex compositore di corte trasformato in un gigantesco organo super creepy: negli anni dell’incantesimo, infatti, la Bestia si è affidato alla “consolazione” che la musica di Forte riusciva a dargli, rendendo Forte importante nella sua vita; con l’incantesimo spezzato, Forte perderebbe il suo ascendente sulla Bestia e ciò non gli garba. Così, Forte convince Belle a uscire dal castello in cerca di un abete da addobbare; la Bestia lo vede come un tentativo di fuga e la mette in prigione. Poi si rende conto di essere un deficiente e la libera: a quel punto, Forte esce di testa e tenta di ucciderli e distruggere il castello con la sua musica, finché la Bestia non distrugge la sua tastiera e uccide lui. Urrà, il Natale e salvo e tutti festeggiano.
Gnn. È una trama talmente idiota che mi sento in imbarazzo per chi l’ha scritta. E Forte, per quanto spaventoso nell’aspetto, è uno dei villain più inutili e con una delle motivazioni più sciocche di tutta la produzione Disney.
O forse no.

La fiaba originale de La Bella e la Bestia è molto diversa dalla versione Disney. È un tentativo di indorare la pillola sui matrimoni combinati: lui è vecchio e brutto? Hai rinunciato alla tua vita per sposarlo? Fa nulla, compenserà regalandoti vestiti e gioielli, e magari poi scopri pure che non ha un brutto carattere ed è tollerabile sul lungo termine.
La versione Disney è molto più interessante, con un’infinità di livelli di lettura. La Bestia della Disney non è un uomo brutto che, a guardarlo bene, nasconde un bel carattere: è un uomo che si sente un mostro, che pensa di aver perso l’umanità, si chiude in se stesso e non sa come salvarsi prima che sia troppo tardi. La Bestia della Disney è qualsiasi persona depressa: non gli importa di curare il suo aspetto, vive in mezzo al caos e non tiene alle sue cose, non riesce a interagire con le altre persone, si vergogna per come vive e non vuole che nessuno lo veda, si sente costantemente inadeguato, si chiude in casa e si limita a osservare la vita degli altri persone indirettamente. E, soprattutto, è del tutto disconnesso dal suo lato emotivo perché gestirlo è troppo difficile; ed è quello che rende umani.
Da qui torniamo a Forte, che trae il suo potere da questo stato in cui si trova la Bestia. È una presenza tossica nella sua vita che pretende di essere il suo unico confidente; la sua musica e, soprattutto, le parole che gli sussurra continuamente all’orecchio sono una dipendenza che sembra placare lo sconforto, ma finisce solo per alimentarlo. Per mantenere il suo potere, fa letteralmente di tutto pur di sabotare qualsiasi progresso la Bestia faccia, specie nelle relazioni interpersonali. Da una parte, imbastisce un piano complicato per far sembrare che Belle non sia la persona giusta, che voglia tradire la Bestia, che stia agendo per fargli del male e renderlo ancora più infelice. Dall’altra, enfatizza il bisogno di solitudine della Bestia, lo convince a distanziarsi ancora di più dal suo lato umano, addirittura distrugge meticolosamente la sua autostima, spingendolo a credere di non essere lui abbastanza per Belle o per vivere in mezzo alla gente. Quando le cose girano proprio male, tenta di distruggere la sua speranza (la rosa) e, direttamente, di ucciderlo. Alla fine, nonostante sia Belle a incoraggiarlo, nonostante gli altri servi lo aiutino, è la Bestia che lo sconfigge. Nessun altro può, solo la Bestia.
Ora, magari sto leggendo troppo fra le righe di uno stupido sequel direct-to-video e di un villain poco convincente che hanno buttato lì perché non sono riusciti a inventarsi di meglio, ma… e se invece ci fosse un’intelligenza molto sottile nella caratterizzazione di Forte e fosse una metafora per la depressione della Bestia? Perché si comporta esattamente come la depressione nella testa di qualcuno, una presenza distruttiva ma a tratti quasi rassicurante, che non fa altro che sabotare qualsiasi cosa tu o gli altri tentino di fare in modo da averti tutto per sé. E alla fine, tu solo hai il potere di uscirne e sconfiggerla.

Lo ammetto: mi sento sporco a spezzare una lancia in favore di quel filmaccio che, ribadisco, non è mai esistito. Ma forse c’è qualcosa in più che un semplice modo di capitalizzare su un magnifico film tramite una mediocrità con cui sbolognare i bambini un’oretta alle cure di Zia Televisione.
Fatto sta che, se non altro, non sono così disperato da pipparmi anche quell’oscenità de Il Magico Mondo di Belle… almeno spero. Ti prego, giovedì, arriva presto!

Saturday, 4 March 2017

Non è una recensione di Logan

Tolgo subito di mezzo quella che sarà l’opinione impopolare: grazie al cielo, basta con Wolverine. Hugh Jackman è fantastico nel ruolo, interpreta il personaggio alla perfezione, lo rende piacevole pur con tutti i suoi difetti, e in questi diciassette anni è diventato iconico… ma oltre a essere un geyser di soldi per la 20th Century Fox non ha molto da dire.
Il motivo per cui mi sono affezionato meno al franchise degli X-Men rispetto al MCU è che, dando così tanta prominenza a Wolverine, la 20thCF è finita a raccontare la stessa storia più e più volte. Tutti i film in cui Wolverine ha un ruolo centrale hanno la stessa trama: Logan è un Lupo Solitario Egoista™ ma con un cuore d’oro ben nascosto; Logan viene trascinato controvoglia nel conflitto; Logan manda tutti a quel paese e se ne va (o segue la sua sottotrama personale) perché è un Lupo Solitario Egoista™; il cuoricino di panna prende il sopravvento, Logan torna e si unisce alla lotta comune; bravo, Logan, hai imparato a non essere un Lupo Solitario Egoista™. L’ha fatto con gli X-Men, poi con gli X-Men, poi con gli X-Men, poi con Gambit & co, poi con la Jappominkia, poi con gli X-Men in loop temporale, e Logan ha esattamente la stessa trama, cambia solo il contorno. La lezione che impara è importante – nessun uomo è un’isola e fa star meglio lottare per gli altri che solo per se stessi – ma è sempre la stessa. La impara e poi, a quanto pare, la dimentica, con la crescita del personaggio che viene resettata ogni singola volta. Quanti altri film si possono fare andando avanti così?
Cioè, è chiaro che la priorità della 20thCF è far profitto sul Wolverine di Hugh Jackman piuttosto che produrre film interessanti su di lui (da cui il disastro che sono gli altri due solisti), ed è quindi comprensibile che Hugh abbia deciso di dire “ciaone” e abbandonare il ruolo. Ma l’ha fatto davvero col botto perché, tralasciando l’ennesima reiterazione della solita trama, il film è davvero solido, dà una chiara motivazione (se vogliamo, un’“evoluzione”) alla stanchezza esistenziale di Logan-Lupo Solitario Egoista™, e anche un senso di chiusura alla storia della “vecchia guardia”.

Pur riconoscendo i meriti del film, però, l’ho trovato deprimente su tutta la linea – proprio una di quelle volte in cui lasci il cinema con dentro il vuoto e un senso di sfiducia verso il mondo e l’umanità.
SPOILER ALERT da qui in poi.

Non tanto per Logan in sé: lui è sempre stato l’incarnazione del Mainagiona e della stanchezza esistenziale. Di diverso, stavolta, c’è la totale assenza della speranza che, incontrando gli X-Men, imparando a combattere con loro eccetera, le cose potranno cambiare: qui è semplicemente vecchio, avvelenato dagli impianti di adamantio, davvero stufo di lottare e sa che le cose potranno al massimo andare peggio. Però è sempre il solito stufato di pessimismo che conosciamo e non è quello che mi ha fatto male.
No, la parte che mi ha devastato maggiormente è stato il Professor X: colpito a fasi alterne dalla demenza senile, rimasto con solo due mutanti accanto, ridotto a sopravvivere mezzo drogato dentro una fottuta cisterna per l’acqua. Il grande idealista, la mente più brillante del mondo, il mentore, l’insegnante, il leader, con la sua bella casa spaziosa in cui ospitava i ragazzi e dava loro riparo e sicurezza e una famiglia, dimenticato dal mondo, nascosto dentro una fottuta cisterna per l’acqua. Con delle piante mezze malaticce che crescono sotto la luce artificiale fluorescente come unica cosa da fare tutto il giorno. I can’t even. Sul serio.

I…
…can’t…
…even.
Non so perché, ma come situazione mi ha colpito molto più del bunker della timeline originale di Days Of Future Past. Forse perché è dannatamente più realistico.
Ma forse, il destino di Charles in particolare (e, in generale, Logan e la vecchia guardia dei mutanti) in questo film mi ha depresso tanto per ciò che gli X-Men rappresentano: la minoranza ingiustamente demonizzata, perseguitata come capro espiatorio per creare una narrativa del “noi contro loro” che dia coesione alla maggioranza e la distragga dai veri problemi; l’attivismo per rivendicare il diritto a esistere, per ricordare che siamo tutti umani, che tutti possiamo essere feriti.
Davvero è questo ciò che ci aspetta? Lottare tutta la vita, una battaglia dopo l’altra, una crisi dopo l’altra, una scusa per annientarci dopo l’altra, per poi finire ai margini della società, in una cisterna, a morire dimenticati o, al massimo, immolandoci per dare una possibilità alla prossima generazione che già nasce dovendo lottare, perché tanto per la nostra non c’è niente da fare?
Perché sì, il film ci prova a buttarcelo lì, quel brandello di speranza: Charles sa che ormai ha fatto il suo tempo e punta tutto sul mettere in salvo Laura, la prossima generazione di mutanti; e Laura e i suoi amici ce la fanno, fuggono in un posto che dà loro asilo e, si spera, protezione. Ma davvero non c’è speranza nel presente e il massimo che possiamo fare è sacrificarci perché forse in futuro ci sia una possibilità?
Mi piacerebbe pensare che sto leggendo troppo in profondità in un film in realtà superficiale ma, come ho detto, Logan non è X-Men Origins: Wolverine, né The Wolverine: è fatto con cura e cognizione di causa, rispettando la storia (in- e off-universe) degli X-Men; non è solo una scusa per marketizzare Hugh Jackman e infilarlo in qualche scena d’azione senza soffermarsi sul messaggio che Gli X-Men hanno sempre portato. Ed è questo che lo rende così deprimente.

Parlando sempre di cose tristi ma un po’ più facete (continuano gli spoiler), Sir Ian McKellen ci è rimasto male perché non l’hanno chiamato a fare Magneto. E io con lui, perché un Professor X dimenticato nella dannata cisterna e anche senza Magneto è doppiamente deprimente.
E comunque, che occasione si sono persi! Quanto sarebbe stata fantastica la scena della morte di Charles se ci fosse stato anche Erik, magari altrettanto ferito a morte, e avessero concluso la loro vita di tensione sessuale irrisolta cordiale rivalità ideologica allungandosi a sfiorarsi le mani prima di spirare tipo Sailor Uranus e Sailor Neptune? Ecco, una cosa del genere mi avrebbe distrutto, ma di feels, non facendomi sentire vuoto e senza speranza. Ah, dannati sceneggiatori.

Thursday, 2 March 2017

Riarrangiare il cervello intorno all’omosessualità di Le Fou

Circa due anni fa, (o mio dio, sono davvero passati due anni? A confronto, queste ultime due settimane sembr… no, SONO COMUNQUE LE PIÙ LUNGHE E DIFFICILI DA SUPERARE, AIUTATEMI).
Ahem, dicevo.
Circa due anni fa, avevo parlato fra il serio e il faceto di come Gaston de La Bella e la Bestia riassuma tutto ciò che di male il sessismo, il conservatorismo e il becero provincialismo hanno da offrire al mondo. Di faceto c’erano i miei commenti sulla gnoccagine di Luke Evans (che non ritratto: dai trailer e gli sneak peek, so già che andrò al cinema con un magliocino bello lungo), di serio l’analisi di come Gaston rappresenti il modello di mascolinità più tossico che possa essere partorito e coltivato da una società retriva e chiusa su se stessa. E sì, non appena sono stato abbastanza grande da avere cognizioni di causa, ho spesso scherzato sull’evidente man-crush che Le Fou ha verso di lui; parlando più seriamente, non è poi tanto assurdo pensare che un ambiente di mascolinità esasperata sia in realtà permeato da un forte impulso omoerotico, accuratamente nascosto per facilitare l’inserimento nel gruppo sociale chiuso e bigotto. Basti pensare a quanto omoerotismo involontario (?) permei l’estetica dei regimi totalitari che esaltano la prodezza virile fra i loro valori fondamentali.
E poi è successo questo:


Il primo commento che ho fatto è stato tipo: “Cavolo, nonostante Luke Evans che propelle i miei ormoni in orbita, mi sento comunque più eterosessuale di questa scena!”. L’avevo presa come un’esagerazione / parodia affettuosa della rispettiva scena nel film animato (le canzoni e le danze nei musical di questo tipo non sono quasi mai diegetiche, l’atteggiamento di Le Fou poteva rientrare nella non-diegesi), ma poi è arrivato l’annuncio dal regista, Bill Condon, via Attitude Magazine:


Le Fou è qualcuno che prima vuole essere Gaston, e subito dopo vuole baciare Gaston. È confuso su ciò che desidera, sta giusto capendo che ha questi sentimenti. E Josh Gad rende tutto ciò sottile e delizioso. Alla fine, ha un payoff, anche se non voglio anticiparlo. Ma è un momento carino ed esclusivamente gay in un film Disney.
Ed è qui che mi è esplosa la testa e non ho più idea di cosa pensare.

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Il fatto è che sono combattuto fra due pensieri più immediati, e un terzo su cui avrò molto da rimuginare. Il secondo di questi pensieri è che mi si sono inumiditi gli occhi per il fatto che il primo film Disney ad avere un personaggio LGBT, ma proprio apertamente LGBT – niente sottotesto, niente speculazioni, niente easter egg, niente fan theory, niente cameo sullo sfondo – sarà proprio La Bella e la Bestia, il remake del MIO La Bella e la Bestia. Non so, è una cosa che mi ha emozionato tantissimo.
Il secondo pensiero, dicevo, perché la primissima reazione è stato un breve tic del sopracciglio al fatto che questo storico primo personaggio apertamente LGBT della Disney sia il galoppino del villain. Ora, non che questo sia un problema di per sé; è solo che viene a inserirsi sulla scia di una lunga lista di villain Disney che sono “coded queer” (senza andare lontano, basterebbe menzionare Forte, il cattivo dell’orribile midquel Un Magico Natale, la cui motivazione di fondo è, sostanzialmente, una grossa cotta per la Bestia – ma per fortuna quel film non è mai esistito) fra cui Ratigan, Scar, Ratcliffe, Ursula, Ade, volendo anche Jafar… La quale lista è a sua volta una diretta eredità che ci ha lasciato il Codice Hays, concepito nel 1930 e durato fino al 1968, con il quale Hollywood si autocensurava su alcuni temi ritenuti “sensibili”, fra cui le “relazioni impure”; questi temi potevano essere sottintesi solo ed esclusivamente nella misura in cui si aggiungevano alla caratterizzazione di un villain che avrebbe poi subito la meritata punizione e, col tempo, l’associazione è diventata talmente forte che un modo veloce per stabilire un villain uomo è farlo effeminato e sessualmente ambiguo (così come un modo veloce per stabilire la villain donna è scriverla come femme fatale). Ora, nulla contro il Codice Hays – è un prodotto dei suoi tempi e parte della storia del cinema – ma un po’ mi secchrebbe se questa pietra miliare della Disney risentisse ancora dell’ombra di un vecchio artefatto della censura del secolo scorso.

Il terzo pensiero, ad ogni modo, è stato la realizzazione che Le Fou è parte integrante del “sistema”. Sulle prime mi ha irritato pensare a un personaggio LGBT così inglobato nel machismo tossico contro cui mi sono scontrato tutta la vita; soffermandomici a mente più lucida, in realtà è uno sviluppo molto interessante: La Bella e la Bestia del 1991 condanna apertamente la cultura dell’ostracismo e la mentalità provinciale del paese di Belle, e Gaston è presentato inequivocabilmente come un modello negativo. Ma se la persecuzione dell’“estraneo” è più facile da razionalizzare (Belle è stramba, per forza è esclusa), un Le Fou gay permetterebbe di sottolineare come un atteggiamento tossico e bigotto possa avere conseguenze e ferire perfino qualcuno che fa parte della “cerchia”. Involontariamente, un atteggiamento come quello di Gaston potrebbe far male a un amico, un familiare, un conoscente, e ciò non è bello.
Ovviamente dovrò aspettare il film per farmi un’idea definitiva in merito, ma se è questa la strada che hanno scelto di percorrere col primo personaggio Disney apertamente gay, è un messaggio molto profondo e importante, specie in un momento storico in cui, fra gli uomini bianchi, etero, cisgender, abili e che magari hanno vissuto la loro vita coccolati dall’avanzamento economico e sociale di un paese come la Svezia, si è diffusa questa antipatia per la political correctness e il rifiuto dell’empatia verso gli altri, mentre Milo Yiannopoulos viene osannato come il nuovo Messia (i riferimenti a cantanti che un tempo ritenevo intelligenti sono pruamente casuali).

Comunque, la curiosità di vedere come si svilupperà tutto ciò ha appena allungato la durata apparente di queste due settimane di circa il 300%.

Thursday, 23 February 2017

Trappist-1 spiegato ai deficienti

Nelle puntate precedenti:

Respiro profondo.
Ci risiamo.

Lo so, lo so, lo so che non mi devo incazzare ogni volta che una scoperta scientifica, specie in campo astronomico, viene accolta da un coro di “chissenefrega, i problemi sono ben altri”, “pensiamo al nostro pianeta” e “mio nonno in carriola se l’era già immaginato”. Mi ero ripromesso che a questo giro avrei ignorato l’analfabetismo funzionale e mi sarei solo goduto l’annuncio della NASA, ma è più forte di me: non capisci una ceppa umida e verdastra di astronomia? Non vuoi spendere nemmeno dieci minuti del tuo tempo su Wikipedia per capirci qualcosa? Non ti poni proprio la domanda del perché sia importante? Sta’ zitto. Sul serio, sta’ zitto: non ti costa nulla e ci fai più bella figura.

Detto ciò, ho già parlato nei post linkati sopra dell’importanza sociale, culturale e anche pratica che l’astronomia ha nella vita delle persone, quindi parliamo di ieri. La NASA ha annunciato che intorno a Trappist-1, una piccola stella situata a circa quaranta anni luce dal Sistema Solare nella costellazione dell’Aquario, ha scoperto sette pianeti rocciosi di dimensioni simili alla Terra, dei quali ben tre nella zona abitabile della stella. Da qui il coro di proteste: “Siete davvero sorpresi che esistano altri pianeti come la Terra nell’universo? Per la legge dei grandi numeri ce ne devono essere, e per la legge delle probabilità li si sarebbe scoperti prima o poi”. Complimenti, con questa osservazione hai appena dimostrato il livello intellettuale di un babbuino mongoplegico.

No, nessuno è sorpreso che, nella vastità della Via Lattea, esistano altri pianeti simili alla Terra nella zona abitabile della loro stella: molti candidati sono già stati scoperti. Si era già anche ipotizzato che la formazione di stelle del tipo di Trappist-1 potesse favorire quella di un sistema con numerosi pianeti terrestri, e oggi se n’è avuta la conferma. Ciò che rende la scoperta eccezionale è che questo sistema planetare ha delle particolarità (posizione, distanza dalla Terra, la stella in sé) di estremo interesse scientifico.
Cercherò di riassumere, nei limiti delle mie competenze scientifiche, i motivi in punti rapidi e semplici; so che molti di questi concetti richiedono almeno la quinta elementare, ma davvero, provate a seguirmi.


Trappist-1 è una stella vicina. Ho abbassato il mio livello di “inutile dirlo” al minimo, quindi diciamolo: la relativa vicinanza di Trappist-1, poco meno di quaranta anni luce dal Sistema Solare, rende l’osservazione del suo sistema particolarmente agevole: è infatti la prima volta che si è riusciti a misurare il diametro e la massa di questi pianeti con grande precisione. Ci sono sistemi planetari più vicini, come Proxima Centauri (quattro anni luce e spicci), ma Trappist-1 ha delle caratteristiche finora uniche, tra cui…

Trappist-1 è una stella fredda. In inglese è una ultra-cool dwarf, una nana ultra-fredda; è un tipo di stelle di piccola massa con una temperatura superficiale bassa (in questo caso metà di quella del Sole) e un’attività stellare moderata, senza grosse eruzioni di plasma. Da una parte, il fatto che sia poco luminosa agevola ulteriormente le osservazioni dei pianeti, che non sono oscurati dalla luminosità della stella; dall’altro, la relativa tranquillità, unita all’estrema longevità di questo genere di stelle (nell’ordine di centinaia di miliardi di anni) sono fattori propizi all’esobiologia. Inoltre…

Trappist-1 è una stella molto metallica. Per “stella metallica” si intende una stella che contiene elementi (anche non-metalli) più pesanti di idrogeno ed elio, tra cui carbonio, azoto e ossigeno. È estremamente raro che le stelle di questo tipo siano così metalliche perché, essendo molto vecchie, si sono formate in un’epoca in cui c’era scarsità di elementi pesanti. Questo rende Trappist-1 molto interessante: più elementi sono contenuti nella stella, più ne erano contenuti nella nebulosa che l’ha originata e, quindi, nei pianeti che si sono formati. Carbonio, azoto e ossigeno sono inoltre elementi indispensabili per la biochimica che conosciamo.

Ha molti pianeti rocciosi. Gli esopianeti più facili da individuare sono i giganti gassosi: sono più grandi e massicci, quindi producono effetti ottici sulle stelle (eclissi e librazioni) più evidenti. I giganti gassosi non hanno una vera e propria superficie, e la loro gravità e pressione sono estreme, il che li esclude come candidati per ospitare la vita a prescindere dalla loro posizione nel sistema. Trappist-1, d’altra parte, ha un sistema con ben sette pianeti, tutti rocciosi. È la prima volta che si individua un sistema stellare con tanti pianeti solidi.

I tre pianeti nella zona abitabile sono molto simili alla Terra. Per “simili” si intende non solo che le dimensioni stimate sono di poco maggiori o minori di quelle della Terra, e avranno quindi una forza gravitazionale paragonabile alla nostra, ma anche che le condizioni di insolazione (la quantità di luce e altre radiazioni che ricevono dalla stella) sono analoghe. Il pianeta E riceve la stessa quantità di luce e calore che riceviamo noi, F ed G una quantità simile a quella di Marte. Un altro tassello per la possibile abitabilità dei pianeti.

I pianeti hanno atmosfere povere di idrogeno ed elio. Delle analisi hanno già escluso che alcuni dei pianeti abbiano atmosfere ricche di idrogeno ed elio (come i nostri Giove e Saturno). Ciò apre il campo alla possibilità di atmosfere ricche di acqua, azoto, carbonio o ossigeno; dall’analisi spettroscopiche delle atmosfere si potrà, in futuro, tentare di individuare eventuali tracce di composti tipicamente organici – cosa resa possibile per la prima volta dalla vicinanza e relativa freddezza della stella.

I pianeti sono in risonanza orbitale. Detta in breve, il tempo che questi pianeti impiegano a orbitare la stella è sincronizzato. Esempio: B compie un’orbita ogni orbita e mezza di C e ogni due di D (non sono i dati effettivi, li ho buttati lì per fare l’esempio). Essendo i pianeti molto vicini fra loro, ci si può basare sulle reciproche perturbazioni orbitali per determinare per la prima volta in maniera accurata la loro massa. Dal rapporto fra massa e diametro si può determinare la loro composizione: c’è, ad esempio, una concreta possibilità che su uno di questi pianeti ci sia molta acqua liquida. È la prima volta che stime così precise sono state possibili.

Potrebbero essere pianeti migrati verso l’interno. Per farla breve, l’acqua è un composto molto leggero, facilmente spazzato via dal vento stellare. La risonanza orbitale suggerisce che i pianeti potrebbero essersi formati nelle regioni più esterne della nebulosa stellare per poi spostarsi più vicini alla stella, e questo farebbe sì che possano davvero essere ricchi d’acqua. Di nuovo, si tratta di qualcosa difficilmente verificabile su altri sistemi stellari a causa della distanza e della luminosità delle rispettive stelle, che oscura la luce riflessa dai pianeti, ma qui, con gli strumenti attuali e quelli che diverranno operativi nei prossimi anni, sarà possibile.

Ricapitolando, quindi, Trappist-1 è il primo sistema stellare con tutte queste caratteristiche messe insieme a essere stato scoperto: caratteristiche sia intrinseche, sia di osservabilità da parte nostra. È la prima volta che si è riusciti a misurare il diametro e la massa di un gruppo si esopianeti con tanta precisione. È la prima volta che, con ulteriori studi, si potrà determinare con certezza l’esistenza o meno di gas serra che regolino la temperatura superficiale dei pianeti, la presenza di elementi e composti organici nelle loro atmosfere, e come dei pianeti così vicini fra loro interagiscono e si comportano orbitando una stella di piccola massa.
Il punto, quindi, non è la scoperta in sé di pianeti simili alla Terra, ma quante prime volte nella storia dell’astronomia ci stiano presentando; quante possibilità di comprendere meglio l’universo e lo stesso pianeta in cui viviamo ci stiano dando; quanto tutto ciò possa arricchire il patrimonio di conoscenze che condividiamo. Perché un conto è immaginare che, nella vastità dell’universo, ci siano pianeti che potrebbero ospitare la vita – quello è facile; un altro conto è verificarlo. Trappist-1 ci mette per la prima volta nelle condizioni di studiare degli esopianeti con tanta precisione da poterlo proprio verificare. Magari poi non troveremo nulla; magari troveremo tutto. Ma questa scoperta ci permetterà di rispondere a molte domande e porcene di nuove, e alcune di queste scoperte potrebbero trovare un’applicazione pratica sulla Terra.

Per cui, la prossima volta che sentite di una scoperta scientifica, non fermatevi al titolo del giornale prima di aprir bocca e lasciar fluire libera la deficienza. Provate ad aprire il link e leggere. Quello che leggerete magari non vi dirà nulla, ma provate a chiedervi perché la gente che ci capisce qualcosa è entusiasta. Potrebbe esserci un motivo, potreste addirittura scrivere a qualcuno, farvelo spiegare e imparare qualcosa anche voi. Invece che “Ma davvero siete sorpresi che X?”, chiedete “Perché siete sorpresi che X? Potreste spiegarmelo, per favore?”. Perché dai, alla fine non siete davvero minorati mentali: siete solo pigri e rifiutate ciò che non capite per non sentirvi stupidi.
Prendetevi questi dieci minuti, dicevo, poi potrete tornare a guardare Maria de Filippi alla TV, che funziona grazie alle onde radio che, assieme alle microonde del forno con cui vi siete scaldati la cena, sono state scoperte grazie agli studi sull’elettromagnetismo delle stelle prima di essere usate in oggetti che rendono meno difficile o noiosa la vostra vita quotidiana.
Ma tanto chissenefrega di studiare l’universo, ve’?