Saturday, 21 April 2018

ɐızıʇsnıƃ ɐ˥ - IIIΛ

L’altro ieri sera ho fatto un paio spread coi tarocchi per chiedermi se fosse il caso di intraprendere un viaggio lungo, costosetto e logisticamente complicato per scattare la penultima foto degli Infernal Lords. Il primo di questi spread è stato un disastro: già mentre mischiavo, parte del mazzo mi è scivolata via ed è caduta, un pessimo segno.
Non ero nello stato mentale e di concentrazione per una lettura e, a una semplice domanda su “Come affrontare la situazione?”,  le carte che sono uscite non erano affatto risposte, hanno solo riflesso il mio stato mentale e i miei timori: 6 di spade dritto (decisioni da prendere a breve, possibili viaggi, grazie al cazzo), 7 e 9 di denari capovolti (rispettivamente paura di perdere il benessere / intuizioni sbagliate e sperpero / avarizia / inganno / promesse non mantenute), e la Giustizia capovolta.
La Giustizia capovolta è interessante:
[…] Frequenti i ritardi, i contrattempi, la lentezza e l’incertezza con cui le situazioni evolvono, spesso a causa dell’irresponsabilità e della disorganizzazione del consultante. Può rimandare a scarsa capacità di giudizio su se stessi, mancanza di autostima, eccessiva pignoleria, errato giudizio su una situazione o verso gli altri. […] Può rappresentare anche una persona incapace di prendere iniziative, con difficoltà a prendere decisioni.
È chiaro che, dopo nove anni di rimandi, bidoni all’ultimo, ripensamenti, scarsa convinzione e “no” mascherati da “le faremo sapere”, la mia fiducia nell’umanità è praticamente morta, soprattutto per quanto riguarda questo progetto. Se da una parte non ne posso davvero più, dall’altra è perché ci tengo. Ci tengo talmente tanto che subire l’ennesimo bidone sarebbe più doloroso di quanto possa sopportare.
Con questi presupposti, organizzare un viaggio di questa portata appositamente per scattare, dovendo prenotare i treni con ragionevole anticipo per non spendere questo mondo e quell’altro, dovendo farmi ospitare da un’amica che verrebbe lì apposta, mi fa procedere con tanta cautela da paralizzarmi. Ho paura non solo di investirci tempo e denaro ma, soprattutto, la speranza di fare finalmente questa foto. Lo spread, invece che darmi una risposta, è stato il riflesso di tutto ciò.

Dopo essermi calmato dedicandomi ad altro, però, ho fatto un più semplice spread a risposta secca, sì o no, con solo gli Arcani Maggiori, per i quali uso un altro mazzo invece che stare a ripescarli uno ad uno. Nuovo giro, nuovo mazzo, mente sgombra, e il risultato è stato questo:
 

Nella riga superiore, la risposta vera e propria: l’Imperatore capovolto e l’Eremita dritto.
Nella riga inferiore, consigli, avvertimenti, circostanze di cui tener conto: il Carro dritto e di nuovo lei, la Giustizia capovolta.

Ora, l’Imperatore è la carta dei risultati. Capovolto, cito, “rimanda all’abuso di potere o, al contrario, al timore dell’autorità. Le realizzazioni incontrano ostacoli, determinati soprattutto da una scarsa motivazione ad agire e da una mancanza di determinazione”. Per contro, l’Eremita dritto è una carta positiva: rappresenta una situazione attuale non facile, nello specifico una demotivazione dovuta agli ostacoli (risulta familiare?), ma che darà i suoi frutti perché la strada intrapresa è quella giusta e la pazienza sarà premiata.
La risposta è già piuttosto esplicita, ma le cose di cui tener conto rincarano la dose: il Carro rappresenta, in primo luogo, banalmente, i viaggi e le persone lontane; è la carta del trionfo, del successo, ma non dettato non dal fato, bensì dalle azioni intraprese dal consultante. E poi c’è la Giustizia capovolta che continua a guardarmi male. Il fatto che sia uscita due volte di fila, con mazzi diversi e su spread diversi, significa che è lì per un motivo.

E in effetti, queste carte hanno tutte un tema comune: la forza interiore contro il dubbio, e la responsabilità personale nel raggiungere un risultato.
Il problema non è che se qualcosa potrà andar male lo farà: è che ho paura a organizzare questo viaggio. Sono demotivato dagli ostacoli che ho incontrato finora, sfiduciato da come certe persone abbiano perso alla leggera un lavoro a cui tengo, e ho smesso di credere abbastanza in me stesso da dire: “Ok, ragazzi, queste sono le date, troviamoci tutti in posizione e facciamolo”.
Sono tutte carte che mi invitano a prendere in mano la situazione, credere in me e non lasciarmi demoralizzare dalle circostanze passate: non sono quelle che detteranno il successo o il fallimento del viaggio e della foto, ma la mia perseveranza.

In effetti, non appena ho fatto un bel respiro, messo all’angolo le persone giuste, organizzato la parte logistica e affrontato un paio di paure e dubbi lungo la strada, sembra che, per ora, le cose stiano marciando. Sono dispostissimo ad andare incontro alle esigenze di tutti, accollarmi ancora un po’ di spese e fatica, ma sono intransigente sul farlo quel week end, niente scuse, niente tentennamenti, niente scemenze.
Poi è ovvio, sono ancora gravemente ustionato e non ci crederò finché la foto non sarà stata scaricata sul mio computer e sarà in fase di post-produzione, ma forse un po’ di speranza e fiducia posso permettermele. Così poi non avrò più scuse per trovare il modello per Lucifero e finire la serie.

Monday, 9 April 2018

Giornate in parabola discendente

Mi chiedo come sia possibile passare in poche ore dal sentirmi super a mio agio con me stesso a sentirmi completamente fuori posto nel mondo.
 

Stamattina ho iniziato la giornata sentendomi super gnocco in un pigiama smanicato, e al diavolo se ho due stecchetti per braccia. Sarà per lo styling che il cuscino aveva dato ai miei capelli, sarà per la barba ancora fatta di fresco, sarà che oggettivamente sono magro ma ben proporzionato, ma ho guardato nello specchio e visto qualcosa che mi è piaciuto parecchio.
Ho finito il pranzo e il buonumore era ancora lì, non scalfito nemmeno dallo scuro della finestra che ieri mattina mi è caduto in mano; ho telefonato alla signora Maria, mi ha detto che sarebbe andata all’Ikea a ricomprarlo e pace, dovrò solo sopportare di dormire per qualche giorno nella stanza illuminata finché non lo porta per sostituirlo. È stato un problema di facile risoluzione che ho affrontato tempestivamente. Il tutto con addosso una maglia smanicata, la cosa in cui mai avrei pensato di farmi un selfie.

Altro problema che ho affrontato tempestivamente è stato spedire il cappotto che il mio amico si è dimenticato qui dopo il week end – l’unica magagna in due giorni altrimenti andati straordinariamente bene. Ed è qui che sono scivolato malamente. In primo luogo perché sono uscito con più di mezzora di ritardo sulla tabella di marcia causa telefonata della Mater, che proprio non capisce quando dico: “Devo andare ora”. Poi perché, dopo aver comprato la scatola e aver armeggiato un po’ per prepararla, mi sono accorto a) che avrei potuto compilare il bollettino di spedizione prima di arrivare allo sportello e b) di non sapere il cognome del mio amico. Fortuna che l’impiegata mi ha dato il bollettino e mi ha spedito a compilarlo al tavolino di servizio mentre si occupava del cliente successivo, se no sarei imploso lì dalla vergogna.
Ed è davvero una cosa stupida, perché anche se il mio amico ha tardato a rispondermi, male che andava avrei potuto semplicemente ripassare. Solo che a) che palle portarmi il pacco avanti e indietro, b) piovigginava, c) non avevo voglia di tornare subito a casa ma volevo andare a prendere un gelato, e d) chissà cosa avrebbe pensato l’impiegata.
Ancora più stupido è che, dopo essermi ingegnato per risolvere la faccenda triangolando il cognome dal nick di Instagram, una ricerca su Facebook e una menzione fatta en passant due giorni prima su un antenato famoso, e aver spedito il pacco senza problemi, ho continuato a trascinarmi dietro il senso di disagio. Perché aver fatto vari tentativi a vuoto mi ha frustrato – anche se ho terminato giusto in tempo perché lo sportello si liberasse di nuovo – e perché avrei dovuto pensarci prima.
Ed è quel senso di disagio, di essere fuori posto, che si trasmette a tutto: al beccare tutti i semafori rossi come se fossi fuori sincrono con la città, al trovarmi la gente continuamente in mezzo ai piedi come se fossi l’unico a camminare al mio ritmo, al non aver capito che Giulia era al lavoro e non aveva il pomeriggio libero ed essere stato scortese via messaggio, tutte queste piccole cose pronte a grandinare su una mente iperreattiva.

Ma la cosa davvero irritante è come io riesca a ignorare continuamente i molti successi che ottengo e lasciarmi smontare da quell’unica defaillance su cui inciampo, perfino una giornata che è partita in maniera insolitamente buona. Invertire questo processo è davvero il life hack numero uno che dovrei imparare.

Friday, 6 April 2018

Buttarsi

L’altro ieri il terapista mi ha detto che rimugino davvero troppo. Ci sono momenti in cui dovrei smettere di pensare e buttarmi, perché tentare di prevedere ogni singolo esito e pianificare sempre con quelli peggiori in mente è ciò che mi paralizza e mi impedisce di fare.
Nemmeno due minuti dopo la fine della seduta, mi sono trovato un messaggio da parte di un conoscente con cui si parlava di una sua ipotetica gita a Trieste con me che fornivo appoggio logistico e guida della città, e mi chiedeva se già questo sabato andasse bene.

Beh, ho smesso di pensare e mi sono buttato. Cioè, quasi: due calcoli me li sono fatti, ma senza soffermarmici troppo. Il mio primo istinto era di dire “No, senti, facciamo il prossimo” perché ho bisogno di tempo per abituarmi all’idea che la mia routine sarà alterata per due giorni e, soprattutto, per far rientrare camera mia nella grazia di dio. Poi mi sono detto che, tanto, se avessi fissato per il prossimo week end mi sarei comunque ridotto a fare il tour de force negli ultimi due giorni, quindi tanto valeva accettare subito, arrivare a casa e mettermi al lavoro.

Mercoledì sera sono riuscito a riordinare due terzi dell’armadio estivo e un terzo di quello invernale; poi ho spolverato i mobili nella parte sinistra della camera. Ieri ho terminato con gli armadi e ho spolverato tutti i mobili. Oggi ho raccolto il casino che c’era per terra, ho spazzato, ho lavato a fondo spostando i mobili e voilà, camera mia è magicamente in ordine. Manca solo da fare il bucato, ché non mi sembrava bello accogliere un ospite con lo stendino in mezzo alla stanza, ma vedrò di farlo al più presto. Ora mi sento esausto ma estremamente soddisfatto.

Fra l’altro, forse perché sono troppo stanco per pensarci, ma non mi preoccupo nemmeno di non essere l’ospite più impeccabile di questo mondo. Non ho avuto tempo di fare la spesa e pace, si mangerà fuori o d’asporto, o al massimo si andrà a comprare qualcosa assieme. Fatto sta che, senza rimuginarci troppo e senza grosse paranoie, mi sono preparato a ospitare qualcuno in casa e non mi sto nemmeno a preoccupare per la routine interrotta.
Bravo, Alessandro: a ‘sto giro stai facendo un ottimo lavoro.

Tuesday, 3 April 2018

Faccende temporali

Quando arrivi a dieci settimane che quasi te ne sei dimenticato, capisci che le cose stanno marciando bene: non è più il numero tondo a essere significativo, ma il fatto che non stai più contando. Anche perché, dopo un po’, finisci le quotidianità da demolire e resta solo lo sporadico attacco di nostalgia che nasce e muore lì sul momento.

Piuttosto, un conto di giorni che sto ancora facendo è quello dal passaggio all’ora legale perché – sorpresa! – una settimana dopo ancora non mi ci sono abituato e il mio ritmo sonno-veglia, che le ultime dieci settimane avevano contribuito a regolarizzare ridistribuendo al meglio la mia energia, è di nuovo in berserk ed eccomi a quest’ora improbabile a bloggare nella speranza di prendere sonno. L’ora legale la odio e non smetterò mai, mai e poi mai di dirlo a chiunque abbia orecchie per ascoltare o occhi per leggere. È obsoleta, non fornisce più un risparmio energetico ed economico degno di nota e, al massimo, contribuisce a deteriorare la salute psico-fisica dei cittadini di quei maledetti Paesi che si ostinano ad adottarla.
Ne approfitto per spammare il video di CGP Grey a riguardo, che illustra perfettamente le ragioni storiche della sua creazione (leggi: perché è ormai obsoleta), la scarsità di possibili benefici e i fin troppi effetti collaterali.


Seriamente, con tutti i referendum idioti indetti ogni tre per due, perché nessuno si è ancora occupato dell’unica cosa che conta davvero?

Saturday, 31 March 2018

Trivia musicali 51-100, 2018

No, ok, ci ho ripensato. Per variare un po’ le carte in tavola ho deciso che il test di fine anno sulla libreria di Last.fm lo farò sugli ascolti degli ultimi 365 giorni, ché se no scalzare la top five è davvero impossibile; invece così varierò molto di più le risposte e sarà più divertente.
Ciò significa che il test sulla top 50 di sempre, che è sempre interessante da fare, lo riporterò a fine settembre (quasi in linea con quello di due anni fa). Il che influisce anche su questo post.
Ho deciso di prendere le stesse domande e applicarle alle posizioni dalla 51 alla 100 per dare visibilità a qualche artista in più. Alcuni dei cantanti e gruppi che si trovano qui li ascoltavo molto anni fa ma poi li ho persi per strada. Altri non salgono più su per scarsità di materiale: ci sarà da ridere a scegliere un album preferito per musicisti che si trovano in queste posizioni solo perché ne hanno pubblicato uno solo.
L’idea originale era di pubblicare questo post a distanza di sei mesi da quello delle prime cinquanta posizioni, quindi a fine giugno. Ma dato che ho deciso di spostare quello a settembre, anticipo questo a ora (anche perché molte posizioni offrono risposte carine e non so quanto possano durare: c’è chi si sta spostando rapidamente). Come sempre, spero di suscitare un po’ di curiosità e farvi scoprire musica che merita.

1. Come ti sei appassionato alla posizione numero 80? (Trillium)
• Un progetto in cui canta Amanda Somerville si merita almeno un ascolto; la preferisco da solista, ma anche i Trillium non sono male.
2. Prima canzone ascoltata della numero 72? (Nero)
Into The Past nella colonna sonora di The Great Gatsby. Mi ha investito con la forza di un treno e ho voluto approfondire.
3. Testo preferito della numero 83? (Emmelie De Forest)
• Adoro Let It Fall: è tristemente vera.
4. Album preferito della numero 99? (Lauren Edman)
• Purtroppo ne ha fatto solo uno, It’s Always The Quiet One. Ne vorrei uno nuovo, visto che come cantautrice è validissima. Magari dovrei provare il suo progetto Northern Flicker.
5. Canzone preferita della numero 63? (After Forever)
Cry With A Smile, senza dubbio. Anche se ho un debole per l’industrial mix di Attendance.
6. Album peggiore della numero 100? (Liv Kristine)
• Oh Jesus. Vervain è il riciclo dei peggiori cliché del gothic metal Anni Novanta, ma Libertine è davvero atroce.
7. C’è una canzone della posizione numero 89 che senti molto tua? (The Irrepressibles)
• Stranamente no. E questo la dice lunga su quanto io sia emotivamente scollegato.
8. Bei ricordi legati alla numero 65? (:LOR3L3I:)
• Sono ricordi indiretti e nati per lo più nella mia testa, ma Otherwordly Children mi fa pensare a quando Francisco è venuto a trovarmi a Trieste; non l’abbiamo ascoltata in quei giorni, ma la associo tantissimo a lui.
9. Quanti album possiedi della numero 55? (Amanda Somerville)
• Ho entrambi i full length e anche l’EP.
10. C’è una canzone della numero 95 che ti rende felice? (Todesbonden)
• Fanno musica sul malinconico andante, ma Sleep Now, Quiet Forest è per lo meno rilassante.
11. Canzone preferita della numero 90? (Gothminister)
Wish, The Allmighty, Emperor, Your Saviour… quelle in cui canta Nell Sigland. Che è l’unico motivo per cui li ascolto.
12. Canzone della numero 60 che ti piace di meno? (Lucia)
Beethoven mi sa troppo di pop preconfezionato; la trovo fuori posto nel suo catalogo.
13. Bei ricordi evocati dalla numero 56? (Roniit)
• La ascoltavo una mattina a Bologna mentre ero di buon umore dopo aver incontrato Ayl Rose, Kay Rozencaster e la Bloempje.
14. Canzone della numero 88 che associ a un momento o persona? (Anette Olzon)
Invincible mi fa pensare alla gita a Bordeaux.
15. Quale canzone della numero 69 ti emoziona di più? (Portishead)
• Non riesco ad ascoltare Roads senza avere i brividi.
16. Quante volte hai visto la numero 85 live? (Exit Eden)
• Nessuna, ma penso sarebbe interessante. Soprattutto perché Amanda Somerville live è mozzafiato.
17. Quale canzone ti ha fatto innamorare della 73? (Freddie Dickson)
Shut Us Down, scoperta come al solito grazie a Luisa; speriamo che i prossimi album tornino a quei livelli qualitativi.
18. Album preferito della numero 61? (Versailles)
• Anche se Jubilee è tecnicamente migliore, preferisco Noble, che è il più fresco e genuino.
19. Prima canzone ascoltata della numero 64? (The Birthday Massacre)
In The Dark, in macchina con Master e Hamster che mi erano venuti a prendere all’aeroporto in Germania quando andavo a vedere i Theatre of Tragedy in Norvegia.
20. Canzone preferita della numero 77? (Atrox)
• Ce ne sono molte, ma Translunaria è davvero fantastica.
21. Album preferito della numero 66? (Ala.ni)
• La scelta è ristretta all’ottimo You & I, in attesa che ne pubblichi un secondo.
22. Prima canzone ascoltata della numero 97? (Elusive)
• Forse Dream On Sister, sempre durante il viaggio in Germania.
23. C’è una canzone della 68 che trovi catartica? (Björk)
Bachelorette mi mette addosso quella che in russo si chiama суета e poi me la porta via lasciandomi molto sereno.
24. Come hai scoperto la numero 71? (Morning Parade)
• Avolte anche le persone peggiori che incontri ti lasciano qualcosa di buono. Questa persona aveva a sua volta scoperto Under The Stars su The Vampire Diaries.
25. Canzone della numero 76 che ti rende felice? (Sigur Rós)
• Quanto sono banale se dico Hoppípolla?
26. Canzone preferita della numero 53? (Nemesea)
• Non una sola, è il trittico RushRelease Me2012. Quella sì che è una tracklist che funziona!
27. Album preferito della numero 52? (Meg Myers)
• Ha fatto un solo full length, Sorry, ed è ottimo. Speriamo che ampli presto la scelta.
28. Prima canzone ascoltata della numero 82? (The xx)
Together, sempre sulla colonna sonora di The Great Gatsby. Non ricordo titoli di coda che mi abbiano lasciato più emotivamente devastato di questi.
29. Testo preferito della numero 58? (Sleepthief)
• Sento Rainy World molto mia.
30. Quante volte hai visto la numero 67 live? (A Perfect Circle)
• Nessuna.
31. Prima canzone ascoltata della numero 94? (We Are The Fallen)
Bury Me Alive. Non il loro momento migliore, ma all’epoca tutto ciò che gravitava più o meno direttamente intorno agli Evanescence era un enorme circo.
32. Album della 62 che ritieni sottovalutato? (Carice Van Houten)
• Il bellissimo See You On The Ice. Che, purtroppo, non solo è pressoché sconosciuto, ma è anche l’unico. Carice, Game of Thrones sta finendo: che ne dici di nuova musica, mh?
33. Canzone peggiore della numero 79? (PJ Harvey)
• “Peggiore” è un parolone, ma… uhm, non amo particolarmente Teclo, I guess?
34. Prima canzone ascoltata della numero 84? (Hearts Of Black Science)
Wolves At The Border per via del duetto con Heike Langhans.
35. Album preferito della numero 78? (Loïc Nottet)
• Eh. Selfocracy, visto che è (purtroppo) l’unico, per ora.
36. Quante volte hai visto la numero 92 live? (Indila)
• Nessuna.
37. C’è qualche canzone della 86 che consideri un guilty pleasure? (Diablo Swing Orchestra)
• Con tutta la lagna che ho fatto su come avessero abusato della solita formula sul secondo e terzo album, nel nuovo trovo irresistibile Karma Bonfire, la canzone-stereotipo dei Diablo Swing Orchestra.
38. Come hai scoperto la numero 98? (Tactile Gemma)
• A una certa Claudio mi ha detto che Ann-Mari Edvardsen dei The 3rd And The Mortal e la sua sorella pazza Monika avevano una band assolutamente fuori di testa. Ho ordinato una copia fisica dell’album più o meno a metà ascolto. Sono fan-tas-ti-ci!
39. Album preferito della numero 57? (The Romanovs)
…And The Moon Was Hungry… ovviamente. Cioè, la versione 2.0, quella finale. Ok, la discografia dei The Romanovs è complicata.
40. C’è qualche canzone della numero 31 che ti mette nostalgia? (Pure Reason Revolution)
• Non particolarmente.
41. Canzone della 91 che non ti piaceva ma adesso ami? (The Sins Of Thy Beloved)
• Non penso che la mia opinione su qualche loro canzone sia cambiata nel tempo: francamente, non li ascolto da talmente tanto che li ricordo a malapena.
42. Testo preferito della posizione numero 74? (Swallow The Sun)
• Siamo sinceri: i testi non possono essere esattamente il forte di una band doom metal finlandese. Comunque Cathedral Walls non è male.
43. Canzone più emozionante della numero 96? (Sugababes)
• ‘Ste ragazze fanno delle ottime ballad: Shape e Stronger però sono quelle che mi emozionano di più.
44. Canzone della numero 75 che ti rende felice? (Dama)
Oltre Eclisse mi mette di ottimo umore.
45. Canzone preferita della numero 59? (M.I.A.)
• OMMIODDIO, quando amo Bad Girls. Quanto è fantastica Bad Girls? È la mia cafonata preferita in assoluto.
46. Primo album ascoltato della numero 87? (Katie Noonan & The Captains)
• L’unico, ovvero Emperor’s Box. Anche se dovrei approfondire Katie Noonan senza i Captains.
47. Membro preferito della numero 54? (Aurora)
• Beh…
48. Prima canzone ascoltata della posizione numero 93? (Rose Chronicles)
• Credo fosse Awaiting Eternity.
49. Album che possiedi della numero 70? (Les Discrets)
• Ho lo split ep con gli Alcest e Septembre Et Ses Dernières Pensées.
50. Il miglior ricordo associato alla numero 51? (Amaranthe)
• Non ho nulla di specifico.

Monday, 26 March 2018

Gone

Never will I let you down.
The reasons why I hide will stay unknown
Until I’m gone.
You will find a better way:
Let tales be told, find voices to sing
When I am gone.

Ci sono due categorie di persone nella mia vita: quelle che ho conosciuto prima e quelle che ho conosciuto dopo.
Prima e dopo, ovviamente, di essermi ridotto nello stato in cui mi trovo ora.

Non che sia bravo in generale a mantenere i contatti con la gente, ma con le persone del prima mi riesce ancora più difficile. Credo di contare cinque, massimo sei persone del prima con cui parlo su base semi-regolare – e con quattro di loro si parla di argomenti molto specifici e raramente personali.
Con le persone del dopo, beh, è comunque difficile, ma meno. Mi hanno già conosciuto così, magari nemmeno si aspettano che parli molto di me, di cosa succede nella mia vita, di come sto, di dove mi vedo fra due o tre anni.
Ma le persone del prima? Mi vengono in mente quattro nomi in particolare, persone con cui mi rendo conto di aver allentato enormemente e ingiustamente i rapporti, e a cui mi riprometto, ogni tanto, di scrivere domani. O domani. O magari domani. Giusto per far sapere che penso ancora a loro, che vado a ficcanasare sui loro social e mi piace osservare come procede la loro vita. E, in quei momenti, mi mancano. Anche se dal modo laconico in cui rispondo ai loro messaggi o ai post che mi pubblicano in bacheca non si direbbe.
Perché pensare a loro e sentirne la mancanza non mi porti a contattarle e fare due chiacchiere, come sarebbe logico e naturale, è complicato. Come dicevo, chi mi ha conosciuto dopo non ha un termine di paragone attraverso il quale vedermi: sono così, è un dato di fatto, poco male. Ma chi mi ha conosciuto prima, probabilmente, si immaginava che sarei diventato un filino diverso da come sono ora. Probabilmente ricorda un Alessandro con un sacco di cose da raccontare, con una vita piena, delle aspettative, dei progetti per il futuro le cui fondamenta si impegnava a gettare nel presente. Ora, le mie conquiste sono essere funzionale nel breve termine, nel quotidiano, su cose che la gente normale dà per scontate.
Se dovessi aprire quella chat, avrei il terrore di sentirmi chiedere: “E tu, che mi racconti?”. E più tempo lascio passare, più la cosa mi spaventa, perché mi ritrovo con sempre meno da raccontare a fronte di ciò che loro stanno facendo nella loro vita. “Ah, sai, ultimamente va proprio bene: questo mese sono riuscito a fare la spesa due volte di fila senza farmi venire un attacco d’ansia, o rimandare al giorno dopo; ma congratulazioni per la casa nuova!”.

E in realtà non è nemmeno tanto che temo il loro giudizio: mi rendo conto che è tutto nella mia testa e lo sto semplicemente proiettando. È che ho paura di farle preoccupare, perché oggettivamente mi preoccuperei se sapessi che loro stanno così.
No, ok, chi voglio prendere in giro? Ho davvero paura di essere una delusione, perché l’Alessandro che hanno conosciuto era milioni di volte meglio di come sono ora, e loro se ne rendono conto tanto quanto me.

E niente, eccomi qui. Il post lo pubblicherò, ma non so se lo linkerò alle quattro o cinque persone in particolare a cui ho pensato mentre scrivevo.
Se deciderò di linkartelo, o se ci capiterai qui per caso, sappi che non ho smesso di farmi sentire perché non ti voglio più bene, che mi manchi e mi sento anche abbastanza in colpa per essere diventato un fantasma. È che non posso ingannarti come inganno le persone che mi conoscono da meno tempo: tu sai come sarei potuto essere sulla soglia dei ventinove anni, puoi intuire quanto le cose siano andate male e ho paura che ne rimarrai delusa. Non sono nemmeno del tutto sicuro di essere la stessa persona con cui hai fatto amicizia, o se questa versione di me possa piacerti. Tutto qui.

Tuesday, 13 March 2018

It’s a fight

Uscire da un’abitudine è una lotta continua. Anche dopo sette settimane.
Dato che lo scorso autunno ero stato così cretino da creare una quotidianità anche qui in Merilend, in queste due settimane mi sono trovato costretto a demolirla a poco a poco. E i primi giorni la tentazione di mandare tutto a monte è stata forte.
Perché non importa quanto tempo sia passato, c’è sempre qualcosa che manca. Ogni ombra ha qualcosa che manca. Ogni angolino riparato e poco in vista ha qualcosa che manca. Ogni momento in cui ho la scusa per uscire di casa ha qualcosa che manca. Ogni brandello di solitudine che riesco a ritagliarmi ha qualcosa che manca.

Ormai il vicolo pedonale buio l’ho inserito in una nuova quotidianità e non richiama più così immediatamente la vecchia; anche scendere verso gli scogli si sta slegando pian piano alle vecchie abitudini. Ma già passare davanti a quel certo cortile, o alla cabina elettrica, è stato difficile. E non sono ancora passato per le scalette seminascoste.

Fin qui, comunque, sono stato bravo. Ho solo un po’ paura di aver perso il polso con la quotidianità di Trieste, ma quello lo scoprirò tornando. Intanto, avrò da esorcizzare l’abitudine da Milano, adesso che ci vado. Chissà quanto sarà difficile lì.
Ma terrò duro. Non vale la pena buttare sette settimane di sacrifici per un momento di debolezza.

Sunday, 11 March 2018

Diatesi

Come far capire all’utonto medio di Grindr che la sessualità non è solo una questione fisica ma anche e soprattutto mentale? Questa sì che è una bella domanda.
Ovviamente, in questo sono inclusi i ruoli sessuali. Se ricevessi un centesimo per ogni volta che qualcuno dà per scontato che io sia passivo e poi si sorprende, ché “con quel fisico non ti avrei detto attivo”, potrei comprarmi un’isola privata in Finlandia. Sì, utonto medio di Grindr, peso cinquanta chili. Sì, ho i tratti del viso delicati. Sì, non ho il vocione. Sì, il mio pene è nella media. Sorpresa: il ruolo sessuale è una questione in primo luogo mentale. Il mio corpo può sembrarti quel che ti pare, è ciò che c’è nella mia testa a fare la differenza e decidere cosa vorrò e non vorrò fare a letto.
Ecco, sono come i verbi deponenti in latino: sembrano passivi, ma in realtà sono attivi. Già, utonto medio di Grindr, esistono cose del genere. Mind = blown.


Da qui, il problema diventa mio, ed è scoperchiare la latta di vermi che è, per me, la “questione mentale”. Perché sono convinto che al mondo esistano due tipi di solo-attivi: quelli che non lo prendono perché je fa un male cane, o perché sono un pozzo senza fondo di nevrosi. Ovviamente io appartengo alla seconda categoria.
Ora, non che escluda in assoluto di fare il passivo in vita mia. È una di quelle cose che esistono nel cassetto del “un giorno, magari”, posta un’intesa di un certo tipo, la serietà del rapporto, la necessità di reciprocare un tipo di attaccamento più profondo da parte del partner e, soprattutto, un’assoluta fiducia. Nel sesso casuale, invece, lo escludo a priori per diverse ragioni.

Quella più facile da ammettere è che sono un control freak. Lo sono un po’ in tutti gli aspetti della mia vita e il sesso non fa eccezione (spesso con conseguenze disastrose, tipo non sentire nulla perché non mi lascio andare, e fingere che pornoattori levatevi). Posto il reciproco consenso, a letto sono il tipo che si impone, che guida senza molta sottigliezza la testa giù, che fa voltare, che decide quando e come far venire chi; d’altro canto, mi raffreddo subito se l’altro prova a imporsi con me.
Ho il costante bisogno di avere in mano la situazione, di conservare un margine di manovra, di essere il meno vulnerabile dei due: dare il mio corpo a qualcuno in quel modo mi toglierebbe quest’impressione e mi farebbe sbarellare di brutto.
Thanks but no thanks.

Parlando di vulnerabilità, c’è poi il problema di quando le cose finiscono. Dato che il mio presupposto è che i rapporti di questo tipo finiscano nel peggiore dei modi e qualsiasi piccolezza possa essere usata per ferirsi a vicenda (chissà come ho ricevuto quest’impressione, mh?), non potrei mai dare un’arma così potente in mano a qualcuno.
Perché è triste da dire, ma nel mondo omosessuale tutti adorano i passivi fra le lenzuola, ma al di fuori li coprono di disprezzo: nonostante tutte le battaglie e le relative conquiste, anche dentro la comunità prenderlo nel sedere è ancora vissuto come degradante. Darsi “della passiva” è l’insulto più comune, scherzoso o meno, fra gli uomini gay, la fonte di gossip più ricca e, in generale, un motivo di giudizio.
Per questo, dovesse un’amicizia con benefit finire col sangue amaro, è più difficile che uno vada in giro a dire con disprezzo “Da quello mi sono fatto scopare” che “Quello me lo sono scopato”, se l’intento è rovinare la reputazione. Fare solo l’attivo è una polizza in caso tutto vada per il peggio.

Side note, in parte ciò avviene anche col sesso orale. Solo che succhiarlo richiede una certa competenza e bravura. Per questo, l’eventualità che qualcuno, finito tutto in malora, vada a dire in giro “Quello me l’ha succhiato” non mi paralizza così. Al massimo, si sogghigna e si ribatte: “E sono pure bravo a farlo, bitch”, è più facile trasformarlo in un motivo di vanto che di vergogna.

E poi ho avuto l’epifania. Non mi ero mai soffermato a pensarci prima ma, nonostante tutto, io sono la prima vittima del pregiudizio. Già solo rileggere questo post lo prova in maniera inconfutabile: questa visione è talmente pervasiva, sia dentro che fuori dalla comunità omosessuale, che ne sono tutt’altro che immune.
Alla fine, è questo il vero motivo per cui mi rifiuto di fare il passivo: la mia mascolinità è sempre stata messa in dubbio. Sempre. Non sono mai stato Gaston, non mi è mai davvero interessato esserlo, ma sono sempre stato giudicato per questo. Una, due, tre, mille volte.
Per quanto intellettualmente sappia che i costrutti eteronormativi non siano assoluti, che ognuno possa essere uomo o donna a modo suo, che il bambino che legge i libri e ascolta la musica classica e guarda Sailor Moon e preferisce giocare in casa con le Lego e i peluche non è meno maschietto di quello che rutta, scoreggia, guarda le Tartarughe Ninja, gioca per strada e urla a più non posso, ho talmente interiorizzato queste critiche costanti che sono cresciuto estremamente insicuro della mia mascolinità. Un po’ è naturale che mi scatti il rifiuto di espormi all’ennesima potenziale fonte di giudizio, specie perché c’è una facile alternativa che, in un certo senso, funziona invece da riaffermazione della mia mascolinità.
In sostanza, oh merda, sono vittima degli stessi pregiudizi che combatto negli altri.
Non è una cosa facile da ammettere e razionalizzare. Anche se per anni e anni, fin dall’infanzia, ho lottato contro le aspettative sociali per essere me stesso nei miei termini, ho finito per cedere proprio nell’aspetto più personale della questione. Ma riconoscerlo è il primo passo per isolare e iniziare a demistificare uno stato d’animo e un modo di vedere le cose che, intellettualmente, so già essere stupidi.

Saturday, 3 March 2018

Esercizi di cucina


Oggi ho provato a fare i biscotti. Primissima volta nella mia vita: ho sempre pensato che gli impasti – tutti gli impasti – fossero cose da professionisti, al di là della mia portata.
A convincermi è stata Katia, che aveva trovato (e provato) una ricetta non troppo complicata, con la promessa di assistermi passo per passo via Skype, come aveva fatto la prima volta che ho provato a replicare la cheesecake che avevamo preparato semi-insieme a casa sua (“semi” perché ero cotto dal sonno, dall’alcool, dalla maratona di Vinci e dall’ansia per il volo della mattina dopo; lei ha fatto il grosso, io ho fatto la cheerleader).
La cosa interessante è come mi ha convinto a farli: mi ha praticamente messo un ultimatum dicendomi di scegliere un giorno. ^_^ E per non farmi inventare una scusa e far saltare tutto, mi ha detto che avrebbe rimandato la preparazione di vari cibi al pomeriggio, invece che la mattina come fa di solito, per farmi compagnia. ^_^
Perché Katia non è né stupida, né ingenua: secondo me sa benissimo che tutte le ricette che mi passa finiscono in una cartella sul mio computer perché sono belle e interessanti e mi fanno ipersalivare ma, sebbene in teoria mi entusiasmino, non le proverò mai perché ho paura che mi escano men che perfette. Al primo tentativo. Perché se il primo tentativo con una ricetta con cui ho zero familiarità non produce risultati stellari, sono io che sono un fallito.
Immaginate la mia testa stile sala di controllo di Inside Out, ma con i giudici di MasterChef Italia in una giornata no al posto delle emozioni.
Ah, e comunque il ^_^ l’ho intuito dal tono della tua voce, Katia: ammettilo, era lì.

Long story short, ho ripescato i frammenti di guscio d’uovo dalla ciotola (infilandoci le dita di cattiveria, e sticazzi il mio schifo delle cose viscide), poi i semi del limone, ho scoperto che i limoni è meglio prima grattugiarli e poi spremerli, ho impiegato un secolo a grattugiare pure quello non spremuto ma, a parte questo, l’impasto è uscito inaspettatamente buono. Davvero, sia come sapore sia come consistenza. Il mio primo impasto. Né troppo dolce, né troppo acido per il limone, soffice e friabile come da ricetta, senza che asciugasse la bocca o si potesse usare per battere i chiodi. In qualche modo ho dosato bene gli ingredienti, ho lavorato la pasta al punto giusto, ho lasciato lievitare il tanto che bastava, nessuno mi ha spostato il panetto dal frigorifero all’abbattitore causando l’eliminazione della povera Manuela e fatto delle belle porzioni uniformi.
Ma poi il forno mi ha completamente fregato: la parte di sopra dei biscotti è cotta perfettamente, ma i fondi sono usciti neri. Non bruciacchiati, proprio neri.

Ed eccomi qui: sto lottando con me stesso per considerarlo un successo all’80% invece che un fallimento e basta. La ricetta l’ho imbroccata bene, la lavorazione ha prodotto dei risultati che non mi sarei mai aspettato, ma ho sbagliato un passaggio. Uno che comunque ha compromesso solo parte del lavoro – tagliando via una base, due terzi di ogni biscotto sono mangiabili e anche buoni. Ma è così che sono fatto: sono pessimo a riconoscere ciò che faccio bene e mi concentro su ciò che sbaglio gonfiandolo a dismisura.
Ma stavolta non ci sto. Stavolta non voglio solo riconoscere questo mio difetto a parole, mi sto impegnando attivamente per contenerlo. Perché la Mater mi ha poi detto che il forno non è molto affidabile sulle temperature; e da quell’errore ho imparato che, con la cucina a gas, è meglio mettere questo genere di preparati più sopra della metà del forno, in modo che la fiamma sia lontana e sia l’aria calda a cuocerli. E soprattutto perché ho passato un bel pomeriggio.
Cucinare mi piace; mi rilassa, mi fa sentire produttivo, mi rende orgoglioso dei risultati che, nel mio piccolo, riesco a conseguire. Una volta che la teglia era pronta per il forno, la prima cosa che Katia ha notato nonostante i lag della webcam è stata la mia espressione soddisfatta e orgogliosa, una cosa che ho raramente. E in effetti, dovrei essere orgoglioso non solo della parte di lavoro che mi è venuta bene, ma già del fatto di essermi convinto a superare la paura di non saper fare a priori un impasto e di rovinarlo in forno. Ci ho provato e ci sono quasi riuscito. La mia paura degli insuccessi spesso mi paralizza in partenza e, stavolta, ho deciso di non ascoltarla.
Ed è una battaglia che sto vincendo: invece che convincermi di essere un fallito che non sa nemmeno fare i biscotti (perfetti al primo tentativo) e abbandonare l’impresa, ho intenzione di riprovare appena li finisco: ripetere (e magari perfezionare) ciò che ho già azzeccato, imparare dall’errore che ho fatto per evitarlo e non compromettere il lavoro.
Magari un po’ mi secca che la cheesecake mi sia uscita perfetta al primo tentativo mentre qui debba passare per il secondo, ma anche questo è un ottimo esercizio: per ottenere dei buoni risultati serve allenamento, non devo pretendere da me stesso di essere nato imparato.

E comunque, grattando via il fondo, quei biscotti spaccano.

Thursday, 1 March 2018

Rant meteorologico

Non so nemmeno con chi o cosa prendermela. Anche perché è perfettamente futile prendermela con chiunque sia collegato alla serie di circostanze che ha portato a oggi, ma devo pur prendermela con qualcuno o qualcosa perché sono livido.

Posso prendermela col tempo? No, perché sembra che lo faccia apposta, a nevicare a Trieste sempre quando io sono in Sardegna. Parto per le vacanze di Natale? Nevica a Natale. Allungo le vacanze a gennaio? Nevica a gennaio! Parto per le due settimane di pausa universitaria a febbraio? Nevica a febbraio!
Ma porca paletta, dopo un inverno straordinariamente caldo, nevicare a marzo ora che sono partito per le elezioni è ridicolo! Sembra troppo una presa per i fondelli! Anche perché la notte di giovedì scorso li ha fatti, quattro fiocchi, ma non ha attaccato da nessuna parte. Oggi invece Trieste è tutta bianca neanche fosse Vadsø.

Posso prendermela col governo, quello uscente o quello che verrà? Perché porca miseria, se avessero fissato le elezioni per la settimana dopo, sarei partito anch’io una settimana dopo, e oggi sarei stato a Trieste a godermi la neve.
Poi diciamocelo in chiaro, se sono sceso a votare non è perché servirà a qualcosa, ma solo per avere il diritto di lamentarmi dei risultati elettorali. Essermi perso la neve per vedere comunque Salvini o Di Maio al governo mi fa salire una Congiura delle Polveri che la V la metterei io, al MoVimento.

E mentre tutti si godono la neve, qui in Sardegna piove fango perché è arrivata una perdurbazione dall’Africa piena di sabbia del Sahara. E ovviamente non c’è l’acqua dopo le undici di sera perché la condotta idrica è un colabrodo, e non c’è il riscaldamento in casa perché chi mai pensava, negli Anni Settanta, che gli inverni di Alghero sarebbero diventati freddi ma, ovviamente, senza neve? E la connessione internet va a manovella perché anche col piano tariffario più moderno, le infrastrutture fanno comunque piangere i Neanderthal. E trovare una pizzeria apera il martedì sera è un’impresa, specie perché Google non è aggiornato con gli orari e su JustEat c’è un locale in croce!
Posso prendermela con la Sardegna per essere, ancora una volta, l’ano d’Italia?

Comunque, il vero motivo per cui questa faccenda della neve mi ha fatto detonare è che la sto aspettando da quattro anni, se non cinque, per scattare una foto ispirata a Frozen dei Theatre of Tragedy per completare il trittico con Hollow e Illusions. E mi serve una location specifica che non so se sarei in grado di raggiungere se andassi, ad esempio, a Udine o a Gorizia in cerca della neve, men che meno in qualche paesino del Carso. Ovviamente, anche quest’anno si scatta l’anno prossimo.
Ma tanto so quale sarà la soluzione per il 2019: non scenderò in Sardegna per tutto l’inverno. Ovviamente sarà l’inverno più caldo registrato negli ultimi cinquecento anni e non nevicherà affatto. Poi scenderò in Sardegna per le vacanze estive, e allora nevicherà a luglio. State a vedere.