Sunday, 17 December 2017

Feste comandate

Il termine “feste comandate” è piuttosto interessante perché sembra un ossimoro. Una festa è qualcosa di piacevole, una pausa dalla routine per dedicarsi al riposo: logica vorrebbe che ci si fiondasse col doppio carpiato senza bisogno che qualcuno ce lo comandi.
Etimologicamente, la locuzione è di origine cattolica: indica quelle giornate in cui la Chiesa prescrive l’astinenza dal lavoro per partecipare a funzioni fondamentali nel calendario liturgico. “Comandata” sarebbe la partecipazione alla messa, col giorno di vacanza come conseguenza incidentale. In questo contesto, parlare di “feste comandate” ha una sua logica. Con la laicizzazione della società, l’espressione è passata a indicare più generalmente le giornate di riposo riconosciute dallo Stato, ma persiste ancora.

E poi c’è la mia, di accezione di “feste comandate”, di cui mi sono reso pienamente conto quest’anno. In realtà è almeno dall’anno scorso che ci rimugino sopra, da quando Katia mi ha chiesto cosa di preciso mi infastidisca tanto del Natale.
La verità è: nulla, in teoria. Il Natale mi sta semplicemente indifferente. Sono troppo stanco per accanirmi contro il delirio socio-economico delle feste come facevo da ragazzino, e anche per il lato religioso ho assunto un atteggiamento da vivi e lascia vivere. Sono cose che mi irritano (ne ho parlato l’anno scorso) ma né più né meno di tanti altri aspetti della nostra società; francamente, preferisco dedicare le mie energie ad altre battaglie.
Gli altri vogliono godersi il Natale? Buon per loro: a me dà fastidio quando la gente viene a rovinarmi la festa, cerco di non farlo a loro. (Tranne per La Bella e la Bestia: un Magico Natale, lì non cederò mai; e comunque, non è per la festa quanto per il fatto che è un film pessimo).

Il problema è che nessuno sembra concepire l’idea di indifferenza al Natale. Sembra che per chiunque sia una cosa assurda, 404 not found. Me ne sono reso conto quest’anno, dicevo, perché ho deciso di non tornare in Merilend per le vacanze: un viaggio estenuante per cosa? Per stressarmi ad Alghero? Sono ancora esausto dalle “vacanze” estive, grazie mille. Senza contare che in primavera si andrà a elezioni e preferisco spendere quei soldi ed energie per andare a votare.
Beh, ho perso il conto delle persone che hanno reagito sgranando gli occhi e chiedendo una o più fra le seguenti:
• “Ma come, passi il Natale da solo? Che triste!”
• “Ma come, non stai con la tua famiglia?”
• “Ma come? E non festeggi?”
Sono più che sicuro che il 25 dicembre, quando mi presenterò a cena alla Grande Shangai, perfino Fiorellino, la proprietaria cinese del ristorante, mi chiederà qualcosa su questa falsariga.
MAREMMA. MAIALA.
Posto che a me del Natale fottesega, se me ne sto da solo e lontano dal parentame il 17 dicembre, perché è più triste se lo faccio il 25? Se voglio svegliarmi, farmi una pasta al sugo veloce, uscire a fare un giro di Pokémon Go con la musica nelle orecchie, cenare dal cinese e passare la serata su Skype a guardare serie tv con Katia come faccio il resto dell’anno, saranno un po’ cazzacci miei?

Ed è questo, in sostanza, il problema che ho col Natale: è invasivo al massimo. È davvero una “festa comandata” perché partecipare in qualche forma sembra un obblgo imprescindibile. È un costrutto sociale talmente tentacolare che chiunque, per quanto lo reputi una persona intelligente, empatica ed emancipata, sembra trovarlo speciale e considerare assurdo che non me ne freghi nulla e voglia trascorrere il 25 dicembre come qualsiasi altra giornata dell’anno. Senza festeggiamenti per qualcosa che non sento, senza sorrisi tirati in mezzo a parenti che non voglio vedere, senza dover far finta che non sia solo un altro stupido lunedì invernale. Sembra l’unico momento all’anno in cui è obbligatorio anche solo fingere di partecipare perché nessuno riesce a concepire che, semplicemente, non lo sento e non ci vedo nulla di speciale.
Ragazzi, seriamente: non sono strano io. Partecipare al Natale non è “comandato”, e non è “triste” che non voglia farlo. Finché, invece che limitarvi a festeggiare come cavolo vi piace, continuerete a sbattermi in faccia che c’è qualcosa che non va nel fatto che me ne voglia tenere fuori, le lucine, gli alberelli, le canzoncine e La Bella e la Bestia: un Magico Natale continueranno a darmi ai nervi. Quando finalmente smetterete di sgranare gli occhi e dare per scontato che tutti, perfino io, dovrebbero passare il Natale secondo tradizione, allora terrò per me il mio spirito festivo paragonabile a quello delle decorazioni natalizie di Melania Trump alla Casa Bianca e smetterò di rovinarvi la festa con i miei commenti caustici.

Rappresentazione fedele del mio spirito natalizio.
Ma dato che quel momento non è quest’anno e il Natale è ancora una festa comandata, fuck Christmas. ♥
Ps: a volte vorrei vivere in Australia solo per potermi togliere le due cose più antipatiche dell’anno – il Natale e il caldo – nella stessa stagione invece che rovinarmene due.

Saturday, 25 November 2017

La DC e il problema umano

Justice League è il miglior film dell’Universo Esteso DC che sia uscito finora.
No, un attimo. Visti i termini di paragone, non significa un granché, quindi riformulo: dopo aver guardato Justice League, sono uscito dal cinema soddisfatto. Con qualche riserva, ma soddisfatto.
E qui apriamo tre piccoli disclaimer.
Primo, quando vado a guardare un cinecomic, ciò che mi interessa è divertirmi e, magari, emozionarmi un po’; non pretendo un filmone profondo e super-significativo che mi faccia riflettere sulle sorti del mondo e sia una grande opera d’arte, mi basta passare due ore in allegria.
Secondo, preferisco la Marvel e lo ammetto senza problemi: di sicuro sono più propenso a chiudere un occhio sui suoi difetti rispetto alla DC fintanto che mi diverto e mi emoziono; di solito, più mi piace qualcosa e più sono critico ma, come da punto uno, da questi film non ho grosse pretese in ambito tecnico e formale. Fan della DC, siete avvisati.
Terzo, non ho letto i fumetti, mi baso unicamente sui film e valuto solo quelli; per cui, gli ottantatré anni di storia che ci sono a monte sono irrilevanti ai fini della narrazione cinematografica. E quando dico “la DC”, se non specifico diversamente, intendo quella dei film dell’Extended Universe.


Dicevo, Justice League ha finalmente colpito nel segno dell’intrattenimento che cerco e credo che la DC abbia capito cosa il pubblico si aspetta dal genere: non un polpettone che si prende tremendamente sul serio fra simbologia messianica, domande cosmologiche e ricerche sociali, ma qualcosa di divertente.
Non hanno rinunciato del tutto alla loro dannata magniloquenza e c’è il solito problema della lentezza (hint: se ho finito i pop corn e il film non è ancora praticamente iniziato, qualcosa non va) ma hanno fatto dei progressi (i pop corn li ho finiti durante la scena delle Amazzoni, quindi dai, la trama del film era appena iniziata; close enough). L’intreccio era finalmente lineare: lui è il cattivo, vuole fare questo, noi siamo i buoni, lo fermiamo così. Facile, logico, seguibile, senza piani supercomplicati per tentare di far sembrare il film più serio di quel che può essere, senza ventordici plot twist per fingere di saper scrivere cose di un certo livello. Ci sono sei supereroi iconici che lottano contro il male.

Ed è qui che arriviamo al grande problema che la DC ancora non ha colto: i personaggi. Siamo lì per loro. E le botte. E le esplosioni. Ma principalmente i personaggi.
Perché ammettiamolo: le storie su salvare il mondo sono tutte uguali. Plot twist in più, distrazione in meno, ma la storia resta quella: i buoni vivono la loro vita, qualcosa la minaccia, loro si uniscono per risolvere la cosa, ci riescono, il mondo torna in pace (e visto che questo è un franchise, la conclusione del film è ovvia). Ciò che conta è il viaggio: cosa motiva i personaggi, cosa rende un lotta la loro lotta, cosa imparano lungo la strada, come crescono alla fine di tutto. Arrivati al climax del film, dobbiamo conoscerli bene perché ci importi della loro sorte.
Ecco: tutto questo continua a mancare alla DC.
In parte questo non è colpa sua, ma delle circostanze: è partita con uno svantaggio di cinque anni rispetto alla Marvel, si muove in un genere ormai sovrasaturo e deve fare le cose in fretta. Arrivati a The Avengers, avevamo visto almeno un film a testa su tutti – Iron Man, Captain America, Thor… Hulk, tecnicamente – e perfino i personaggi di sostegno come Black Widow e Hawkeye erano già stati introdotti abbondantemente. Conoscevamo chi avevamo davanti e potevamo immedesimarci in loro.
Arrivati al grande crossover DC, invece? Conosciamo davvero soltanto Wonder Woman, con cui abbiamo trascorso un intero film di esplorazione del personaggio. Ok, un po’ Superman, anche se il suo, di film, è stato quello che è. Batman l’abbiamo incontrato, ma del suo personaggio sappiamo poco e niente, visto che è annegato nella trama priva di senso di Dawn of Justice. Cyborg, Flash e Aquaman sono dei perfetti sconosciuti. E l’operazione di stallo della trama a inizio film in cui si è tentato di presentarceli è riuscita in poco, se non farmi terminare i pop corn: conosciamo giusto i loro poteri, qualche dettaglio sulla loro vita, una prima impressione sul loro carattere, ma non sappiamo abbastanza di loro perché ce ne importi davvero. Cyborg è un teenager pieno di (comprensibile) angst. Aquaman è il tizio muscoloso con quelle lenti brutte che vedi addosso ai cosplayer che non si impegnano – non sto scherzando, non sono abbastanza realistiche da sembrare naturali, né abbastanza strane da sembrare non umane di proposito, sembrano solo cheap. Barry… beh, è Peter Parker con un disturbo di deficit d’attenzione; con tutto che Ezra Miller fa un bel lavoro ed è divertente, inevitabilmente non ha l’impatto dell’altro Flash dopo tre stagioni di serie tv passate a conoscere il personaggio. Restano più che altro archetipi, template su cui costruire dei personaggi con i futuri film.
Ripeto, capisco la situazione in cui si è trovata la DC, dovendo buttare fuori il crossover ASAP senza il tempo di un film solista per tutti, ma ha finito col mettere il carro davanti ai buoi e togliere empatia al pubblico. Non bene.

Ma il problema è anche strutturale del film. Ad esempio, quando ancora dei supereroi non mi fregava nulla, mi hanno portato a guardare The Avengers senza che avessi visto nessun altro film Marvel. Ho incontrato i personaggi, ho capito subito chi era cosa, ho capito perché lottavano e mi importava che vincessero perché la narrazione mi ha dato tutto ciò che mi serviva per immedesimarmi. Per capire come e perché, facciamo un passo indietro.
Anche qui, lo ammetto candidamente: il motivo per cui adoro Civil War è che, praticamente, è Captain America: Stucky Il Film e io sono una fangirl. Riconosco che è pieno di difetti, ma è comunque migliore di Dawn of Justice perché ha qualcosa di fondamentale che a quello manca: l’elemento umano.
Helmut Zemo ha un rancore personale contro gli Avengers e mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato perché ha perso la famiglia; Lex Luthor mette su un complotto ridicolo da quanto è complicato per… motivi filosofici, credo? Per ateismo nichilista? For the evulz? Perché in qualche modo Batman e Superman devono arrivare a pestarsi come uva a settembre se no niente film?
Gli Avengers sono una squadra e sono amici, ne hanno passate tante assieme e, quando li vedi combattere fra loro, sai che ci sono in ballo rapporti umani prima ancora che trattati internazionali, processi e chissà cosa. Batman e Superman? Due sconosciuti che vivono ai due lati del fiume e finiscono a fare a botte senza aver mai interagito.
Ironman e Cap arrivano alle mani perché Tony, con la sua coscienza sporca, è tutto incentrato sulle conseguenze delle sue azioni e il tentativo di riparare ai suoi errori, mentre Steve vuole salvare il suo ragazzo così disperatamente che è pronto a ignorare qualsiasi buon senso. Batman e Superman si pestano salcazzo perché.
Alla fine, il conflitto umano di Civil War non si risolve perché è talmente personale – i genitori di Tony e il ragazzo di Steve – che l’unica cosa che li ferma è aver esaurito le forze. In Dawn of Justice?

No, giuro: è questo. Il film È QUESTO.

Con cosa il pubblico riesce a empatizzare? A parità di trama ingarbugliata, pila di equivoci e forzature varie (che già no, Civil War è decisamente meno forzato), la Marvel mette sempre un elemento umano, sentimentale, che alla gente in sala arriva facilmente. Natasha e Clint sono amici da sempre, Visione e Wanda sono amanti, e si trovano a combattere; Scott rischia di perdere la famiglia che è riuscito a riconquistare. Queste sono le cose che restano impresse. Non le chiacchiere filosofiche di Lex Luthor o “Se c’è anche solo l’un percento di possibilità che Superman sia malvagio va fermato”.

Justice League è anni luce avanti a Dawn of Justice sotto molti aspetti, ma gli manca sempre la scintilla di umanità.
Qual è stato il catalizzatore di The Avengers, il momento in cui sono passati da gruppo di cretini con un grosso ego che battibeccano e collaborano a denti stretti perché gliel’ha chiesto il governo a vera squadra, eroi che lottano fianco a fianco per una causa comune, non solo una missione? Coulson, una persona che conoscono e la cui morte è stata una conseguenza diretta della loro incapacità di lavorare insieme. C’è una tragedia umana e personale – di nuovo, qualcosa in cui il pubblico può immedesimarsi a livello emotivo, non solo cerebrale – che li unisce. E il cattivo? È Loki, il fratello di Thor: anche lì è personale.
In Justice League? A parte che il cattivo è un alieno random mai sentito prima, non c’è un vero momento in cui sembra che la squadra non possa funzionare e non c’è un evento umano e personale che li unisca e renda quella la loro battaglia. La cosa che ci si avvicina di più è quando discutono se sia il caso di resuscitare Superman, ma è un discorso principalmente etico, non emotivo. Ed è anche il momento in cui sono uscito dalla sala per un refill dei pop corn senza perdermi nulla.
E per carità, è verosimile e comprensibile che sei persone con i superpoteri si uniscano per salvare il mondo, ma è un concetto astratto. Non ha sullo spettatore lo stesso peso della risposta a un dramma personale e, per questo, la risoluzione non è altrettanto soddisfacente. È lì, ma l’investimento emotivo non è paragonabile. Per dire, abbiamo conosciuto di più la famigliola russa che metà della Justice League, abbiamo visto la loro paura, la loro lotta per sopravvivere: la fuga sul pick up è stato l’unico momento in cui mi sono genuinamente interessato al destino dei personaggi perché ho visto prima il loro dramma, e perché madre, padre e due bambini che cercano di salvarsi è qualcosa di facile da comprendere. Gli altri erano degli estranei che facevano cose perché dovevano.

Per cui sì, la DC sta lentamente imparando dai suoi errori (e dai successi della concorrenza: lo ship-tease muove il mondo, e vedi come ci hanno buttato lì la SuperBat senza pudore), ma ancora non ha colto il vero segreto di un buon film di supereroi: le lotte e le botte hanno tutto un altro sapore se le si condisce con i sentimenti e le emozioni dei personaggi. In un cinecomic, molte cose sono perdonabili, ma se manca il coinvolgimento nella vicenda, qualcosa non va.
Ma non disperiamo: dopo i pessimi inizi, hanno capito come risalire la china e si può sperare che, se la sovrasaturazione del genere non fa fuori tutti prima, i prossimi film arriveranno ad afferrare quella nota elusiva capace di risuonare davvero negli spettatori.
Per quanto riguarda Justice League, non benissimo, ma comunque bene: è un film che vale la pena vedere non solo perché Gal Gadot è fantastica, o per la fossetta sul mento di Ben Affleck e le scene shirtless di Jason Momoa e Henry Cavill.
Che comunque non guastano.

Saturday, 28 October 2017

Catalogna sì, Catalogna no

Mi sono imbattutto, su Facebook, in un post che pone una domanda apparentemente retorica: “Ma se la Catalogna dichiara l’indipendenza, a voi cosa cambia?” È un post lungo e ben scritto le cui motivazioni pro-indipendenza sono riassumibili in:
1) Se anche l’indipendenza catalana scoperchiasse il vaso di Pandora dei nazionalismi europei e desse forza alla causa del Trentino, dei Paesi Baschi, della Sardegna, della Corsica, della Scozia, sarebbe positivo perché i popoli devono autodeterminarsi.
2) La strumentalizzazione politica dei regionalismi che avviene in Italia non avviene nel resto d’Europa.
3) Lo Stato spagnolo è fascista perché usa la forza “per impedire una consultazione popolare” e “disabili e anziani vengono picchiati per aver voluto esprimere un voto”.

C’è un quarto punto su cui sono sostanzialmente d’accordo e che ritengo valga la pena di espandere: l’idea di Stato nazionale è un retaggio obsoleto dell'Ottocento. L’ideale (e l’unica soluzione che personalmente reputo gestibile a lungo termine) sarebbe un’Europa unita in una federazione di popoli e non di Stati, ovvero una supernazione federale di dimensioni continentali le cui unità amministrative non sono gli Stati attuali, ma macroregioni etno-linguistiche stabilite proprio dai popoli che oggi vogliono “autodeterminarsi”.

Il nesso qui sarebbe che essere contro l’idea di un popolo catalano indipendente andrebbe anche contro l’idea di un’Europa di questo tipo, che è più o meno inevitabile.
Il problema è che, da una parte, la Catalogna indipendente sarebbe fatta a modello degli Stati nazionali e quindi la situazione non andrebbe avanti di un centimetro. Dall’altra, quello dell’Europa unita e ripartita secondo regioni etniche è un processo che va fatto gradualmente e contemporaneamente: invece che disgregare tutto e pensarci poi, bisognerebbe parlare della nuova ripartizione amministrativa mentre si inizia il processo di unificazione. Ovvero non ora.
E paradossalmente, il referendum catalano, per come è stato motivato, gestito e discusso, va apertamente contro l’idea di un’Europa unita, federale e suddivisa secondo la volontà dei popoli che la compongono. 

• È stato, in primo luogo, un referendum fatto per ragioni politiche più che idealiste, un semplice metodo perché un partito di limitata portata su scala nazionale potesse raccogliere tanti consensi in una singola area sfruttando un sentimento di appartenenza nazionalistica di “noi contro loro”. È questo tipo di politica che da sempre sta danneggiando il progetto europeo. È la politica che ci ha dato il Brexit, uguale identica. Ed è una politica di sfruttamento del sentimento popolare per finalità partitiche per nulla dissimile da quella che abbiamo in casa.
• È un referendum che sento spesso difeso con motivazioni pragmatiche molto egoiste: la Catalogna è la parte più ricca della Spagna e non è giusto che Madrid si prenda i soldi? Già, nello stesso modo in cui non è giusto che i cittadini più ricchi siano tassati di più perché con quei soldi si costruisca una rete di welfare per le classi meno ricche. Lo Stato è, prima di tutto, una comunità, la quale funziona meglio se le parti più forti fanno un sacrificio che aiuta quelle più deboli in modo che il gruppo nel complesso vada più veloce e non sia rallentato dal “peso morto”. Se parte dei soldi della Catalogna vengono investiti nello sviluppo (butto a caso) dell’Estremadura, l’Estremadura si metterà in condizioni di produrre qualcosa (capitale, merci, personale) che beneficerà anche la Catalogna. (Che poi all’atto pratico la ricchezza non sia davvero distribuita è un problema reale, ma va risolto dall’interno, non andandosene e sbattendo la porta). Seguendo la mentalità del “roba mia vientene con me” e “ogni comunità è un’isola” come si può pensare di unire un’Europa dal panorama economico così eterogeneo?
• Se ignoriamo le leggi e la costituzione nazionale, cosa ci vieta di ignorare anche quelle Europee? Sono solo leggi, non sono scritte nella pietra. Questo è un discorso che si può applicare a qualsiasi livello della vita comunitaria, e allora il senso stesso si una società moderna si perde. Poi, ripeto: all’atto pratico molte sono sbagliate, ingiuste, mal scritte o mal applicate, ma esistono metodi democratici per cambiarle e migliorarle.
Speaking of which, la Spagna ha 46 milioni e mezzo di abitanti, di cui solo 7 milioni e mezzo vivono in Catalogna. Dovesse anche il 100% dei Catalani essere a favore dell’indipendenza, sarebbe il 16% della popolazione spagnola che prende una decisione unilaterale per il restante 84%. Non mi sembra il corso di eventi più democratico possibile; e se si decide che chissenefrega, la Catalogna non fa parte della comunità spagnola, non ha responsabilità verso gli altri e tanti saluti, si torna al punto uno: come si riunisce l’Europa secondo principi di cooperazione e benessere comune, in quest’ottica?
• E già che ci siamo, i casi sono due: o si decide che la costituzione ha valore e si agisce entro i suoi limiti, o si decide che non ne ha e si accettano le conseguenze. Il nostro mondo e la nostra società sono stati forgiati da molti eventi in cui si è deciso che il vecchio status quo andava cambiato con la forza, e tutti questi eventi hanno previsto la violenza. Se si decide di bypassare la costituzione e fare di testa propria, un intervento della polizia fa parte dei termini e condizioni: lo Stato protegge la costituzione perché da essa dipendono gli interessi della maggioranza (84%) della popolazione. È orribile che le forze dell’ordine carichino anziani e disabili? Sì, ma la responsabilità è anche di chi ha deciso di fregarsene del resto dello Stato e delle sue leggi, non si può usare la cosa per fare le vittime.

Per cui, per rispondere alla domanda, nonostante io per primo consideri gli attuali Stati nazionali europei obsoleti e ritenga che l’unico corso d’azione possibile sia liberarsene, l’indipendenza Catalana, che pur sarebbe inevitabile in un’Europa come la vedo io, mi cambia che:
a) Fatta così a cazzo, senza pensare già a un’ottica federalista pan-europea, va a destabilizzare ulteriormente l’Europa e rallentare il processo di unificazione. Una secessione nazionale indebolisce sempre la regione in cui avviene – basta chiederlo ai miei vicini ex-iugoslavi – e l’Europa dovrebbe aspettare altri DECENNI che il polverone si abbassi prima di parlare di unità.
b) Fatta con le motivazioni e i metodi attuali, rema in direzione opposta al progetto europeo. E questo sì che va a peggiorare le cose a me personalmente, che sull’Europa ci ho costruito un’identità e faccio affidamento per il mio futuro.

Monday, 23 October 2017

American Horror Story: #ustoo


Capisco le perplessità di chi sta guardando American Horror Story: Cult e… meh, non è che gli garbi molto, e anche commenti come “non è l’AHS che conoscevo e amavo” (a parte che ogni stagione “non è Asylum”, ma quello è un altro paio di maniche) o “è troppo diverso”.
Cult è oggettivamente difficile da digerire, ha una trama complessa da seguire (soprattutto nei primi episodi) e si distacca parecchio da ciò che l’ha preceduto: niente fantasmi assassini, demoni, streghe, maledizioni, vampiri. Per lo stesso motivo per cui sguazzo negli horror soprannaturali ma non riuscirei a guardare i gore in cui la gente si tortura e mutila, per lo stesso motivo per cui Countrycide è l’episodio che mi ha messo più ansia in Torchwood e The Benders, dalla prima stagione, è stato uno dei più ansiogeni in dodici stagioni di Supernatural: quando il male è realistico, perpetrato da esseri umani verosimili per motivi e in circostanze che potrebbero accadere davvero, è molto più snervante. Imbattersi in fantasmi e mostri nella vita reale è alquanto improbabile; i serial killer che torturano e uccidono le persone invece esistono (vedasi Roanoke: i fantasmi della colonia? Jump scare occasionale. I Polk? Ansia a palate).

E io stesso, che sto apprezzando la stagione, mentre la guardo ho spesso l’impressione che sia over the top: davvero riusciamo a infilarci dentro le elezioni americane, complottismo, razzismo, omofobia, misoginia, scie chimiche, fake news, omicidi seriali, sparatorie di massa, tutto assieme? Cioè, non stiamo mettendo troppa carne al fuoco? Possibile che questa roba succeda tutta in una volta? Adesso cosa, terrapiattisti e antivax?
Poi vai a guardare l’episodio 6, quello con la sparatoria di massa e lo stupro / coercizione / abuso psico-emotivo-sessuale / manipolazione tramite il sesso di Meadow Wilton, e quando è andato in onda? A pochi giorni dalla sparatoria di Las Vegas e subito prima che esplodesse lo scandalo Weinstein.
Ed è proprio lì che capisci che no, Cult non sta esagerando, non sta mettendo troppa carne al fuoco: questa roba sta davvero accadendo tutta assieme.
Certo, prende queste situazioni e le porta all’estremo – tutto succede in un’aera geograficamente ristretta, una cittadina suburbana, ed è parte dell’enorme macchinazione di un potere nascosto – ma il succo è reale: sono tutti eventi verosimili – eventi che stanno accadendo – e no, non c’è un potere centrale che li causa direttamente, il “complotto” nel mondo reale è come li sfrutta. Vengono inseriti in una narrativa mediatica che li fa sembrare molto più diffusi e concatenati proprio per fare ciò che fa Kai Anderson, suscitare un senso di paranoia sociale che cerchi risposte in qualsiasi follia rotoli fuori dalla bocca di un leader demagogico e (apparentemente) forte.
American Horror Story: Cult ci destabilizza tanto proprio perché fornisce un ritratto esagerato ma verosimile della realtà in cui ci muoviamo, e lo fa nel momento esatto in cui la stiamo vivendo. Non è una casa infestata o un manicomio dei tempi andati, è la società di cui facciamo parte fotografata oggi, con i comportamenti che ha in questo preciso momento e che rappresentano un pericolo concreto. Non ci aiuta a esorcizzare paure ancestrali con metafore soprannaturali, ci costringe ad aprire gli occhi e guardare qualcosa che è più grande di noi.

E a cui tutti, chi più chi meno, volontariamente o no, stiamo contribuendo.
Ryan Murphy è molto comodo da guardare se si è progressisti o si fa parte di una minoranza perché il commento sociale è sempre un tema portante dei suoi lavori. E poi è arrivato Cult, che ci sta sbattendo in faccia la dura realtà: stare dalla parte giusta della storia non è poi così semplice e immediato.
Da Cult probabilmente ci si aspettava molta più retorica anti-Trump ma, sebbene l’intera stagione sia una decostruzione dei suoi metodi di propaganda, ci siamo trovati invece un’equa distribuzione delle colpe. È facile prendersela con i sostenitori di Trump etichettandoli come stupidi, ignoranti, suggestionabili o deliberatamente bugiardi, ma per un Gary Longstreet che fa parte della setta di Kai, tutti gli altri sono sostenitori della Clinton: per un motivo o per l’altro, chiunque può lasciarsi fregare se le circostanze lo permettono.
Poi c’è Ally Mayfair-Richards, il cui personaggio è una feroce critica a chi, protetto dalla sua bolla, sottovaluta i fenomeni sociali che portano a situazioni come quella attuale, manca di pragmatismo quando c’è da decidere e poi reagisce con paranoia e melodramma invece che rimboccarsi le maniche e cercare di fare la differenza.
Winter Anderson, Ivy Mayfair-Richards, Beverly Hope e Harrison Wilton, invece, sono quelli che ci mettono più a disagio perché sgretolano il nostro entitlement come minoranze. Il mondo è ingiusto e ci sono categorie di persone che soffrono realmente per la discriminazione, ma non si può gridare al maschio bianco eterosessuale cisgender per ogni cosa: parte del problema è proprio l’incapacità di tracciare un confine fra portare avanti una causa progressista per migliorare la società e marciarci sopra senza pensare alle conseguenze. Non sempre si ha ragione a priori solo perché si fa parte di una minoranza che lotta per i suoi diritti.
Il sessismo è reale e ci si sbatte sopra la faccia quotidianamente, ma non lo si può additare come causa ogni volta che si riceve un torto: così facendo si finisce per diluire il problema fino a fargli perdere di significato; se si dice “patriarcato” anche quando un uomo taglia la strada a una donna, non si fa che avvalorare la tesi che il sessismo è solo paranoia, una scusa per avere qualcosa di cui lamentarsi.
L’oppressione e la discriminazione affrontate in quanto gay sono talmente dolorose da poter spingere al suicidio, ma non scusano o diminuiscono la gravità della misoginia buttata lì perché, tanto, se non si oggettivizzano le donne sessualmente tutto il resto è concesso, è un inside joke di una sottocultura.
E abbracciare una causa progressista non è positivo se, nel farlo, non solo si ignora qualsiasi altro gruppo sensibile, ma si porta l’ideologia all’estremo, si inizia a usare la violenza e si applica la discriminazione agli altri, perfino alla “maggioranza” oppressiva – l’episodio sette, che si concentra su Valerie Solanas, è praticamente fatto di questo.
Ed è davvero brutto dover aprire gli occhi quando si è convinti di fare qualcosa di positivo: a volte si confonde l’attivismo con lo sfogare la propria frustrazione e si diluisce il suo messaggio; a volte, si è talmente concentrati sulla propria causa che si ignorano le sensibilità altrui contribuendo ad esacerbare gli animi; a volte si è omertosi verso le frange più estremiste per paura di non essere alla loro altezza. Anche il “lato giusto della storia” ha molte, delicate sfaccettature e il nostro corso d’azione può fare danno nonostante le buone intenzioni.

Per cui è facile capire perché American Horror Story: Cult possa dare quella spiacevole sensazione che qualcosa non vada: ci trascina fori dalla comfort zone. Da una parte, #toosoon, parla di eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e sottolinea quanto pervasivo sia il meccanismo che li muove; dall’altra, #ustoo, ci fa notare e costringe a scendere a patti col fatto che, pur con le migliori intenzioni, anche noi abbiamo combinato dei casini e rischiamo di combinarne altri.
Ryan Murphy sta facendo un ottimo lavoro nello sfidare le nostre convinzioni, nel mostrare quanto assurde eppure plausibili siano le conseguenze di ogni nostra azione, e ci sta mettendo in guardia su come riconoscere questi meccanismi per cascarci il meno possibile. Dobbiamo solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere in quale trappola siamo caduti e cercare di non cadere nella paranoia da una parte e di scegliere i mezzi più efficaci e meno dannosi per sistemare le cose dall’altra.

Sunday, 27 August 2017

Ho un Tarly che mi rode (o apologia del Dracarys)

Un po’ mi sento sporco a prendere apertamente le parti di Daenerys – per quanto le opzioni in Game of Thrones si siano ormai limitate. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e rispondiamo a una critica ingiusta che le è stata mossa la scorsa settimana (e su cui non ci si è soffermati per via del leak della 7x06 con tutte le castronerie che conteneva).
Il problema in esame è questo:

Mmh, sì. Così. Ancora. Dai, non smettere. Oh, R’hllor, potrei guardare questa gif per tutta la vita.
Randyll e Dickon Tarly, i Concimatori dell’Altopiano, sono finiti arrosto, condannati a morte dalla Dananana e giustiziati da Drogon.
Ora tornate indietro, rileggete la frase un paio di volte e assaporate quel delizioso retrogusto di karma.


E d’accordo, io sono un partigiano Tyrell e ho guardato quella scena giubilando e godendomi la vendetta (Cersei, sei la prossima). Per quanto mi riguarda, i Tarly sono i Bolton e i Frey del Sud, traditori della peggior specie che si sono svenduti per un avanzamento di titolo e motivi di una futilità ciclopica. Cersei almeno è pazza come un cavallo, mentre Randyll “Concimatore” Tarly ha fatto tutto con fredda lucidità.
C’è poi anche la Belle che è in me che vede in Concimatore Tarly il Gaston di Westeros: campione di celodurismo, donne in cucina a preparargli un panino, figlio maschio che deve essere macho e avercelo ancora più duro, tutto il valore sta nei muscoli, al diavolo la cultura e il cervello… insomma, incarna la mascolinità tossica e violenta dal cui stereotipo mi sono sentito schiacciato tutta la vita. Ovvio che mi stesse antipatico a prescindere dal tradimento ai Tyrell.
Forse è proprio per questo che non ho nemmeno le riserve che hanno alcuni sul fatto che Dickon l’abbia seguito a ruota nel barbecue: vedere il vecchiaccio crepare con la consapevolezza che proprio il celodurismo cieco e becero che ha insegnato al figlio l’ha spinto nell tomba non ha prezzo. E come metafora sociale è il fallimento della vecchia società sessista e bigotta, accecata dai suoi stessi pregiudizi.
Ma perfino tralasciando la dissonanza che il suo sessismo e la sua xenofobia (non si schiera con la Dananana perché porta un esercito straniero e “Ruspa! Rimandiamoli a casa!”) hanno con i valori moderni, Randyll Tarly è una persona orribile anche per gli standard di Westeros: era pronto a uccidere Sam pur di non fargli ereditare il titolo quando l’uccisione dei consanguinei è un tabù talmente grave che nemmeno belle personcine come Tywin Lannister si sarebbero mai sognate di infrangerlo (e questo anche nei libri, tralasciando la liberalizzazione del kinslaying che c’è stata nelle ultime stagioni dello show). O il modo in cui ha tolto il raccolto di bocca alla gente dell’Altopiano, il suo popolo, che era appena stato appuntato a governare, per darlo a quelli che erano a tutti gli effetti invasori lo rende un collaborazionista della peggior specie.
Insomma, se qualcuno si è proprio meritato di morire male in Game of Thrones, è Randyll Tarly: avremmo dovuto intuirlo già dalla prima stagione, quando Sam ha raccontato tutte quelle belle cose su di lui, o nella sesta, quando l’abbiamo incontrato per la prima volta, ma sono cose come il tradimento di Lady Olenna Fucking Tyrell per puro arrivismo condito con machismo e xenofobia a non avere perdono.
Ma basta col sentimentalismo Tyrell e torniamo al Dracarys.

Sono molto perplesso: perché la gente sta uscendo di testa per Daenerys che ha bruciato a morte i Tarly? Cosa c’è di illogico in tutto ciò?
Per prima cosa, i paragoni con Cersei non reggono: una cosa è la guerra, un’altra è il terrorismo. Usare un vantaggio tattico (il drago) contro l’esercito nemico è un filino diverso da far esplodere un edificio pieno di civili inermi. E anche giustiziare dei nemici che non si arrendono per mandare un messaggio è diverso da ammazzare i propri rivali politici in tempo di pace coinvolgendo mezza città nella carneficina. In comune c’è solo il fuoco, e pure quello è di colore diverso.

Consideriamo poi i Tarly nello specifico. Dalla prospettiva della Dananana, sono nemici e anche traditori. Non solo sono condottieri avversari, ma hanno disertato e schierato i loro soldati contro l’esercito di cui dovevano far parte dal momento in cui Olenna, di cui erano vassalli, aveva alleato l’intera forza dell’Altopiano con i Targaryen.
I Tarly sono passati dalla parte di una regina senza alcun diritto legittimo sul trono, hanno tradito la loro signora, ne hanno causato la morte (e in guerra è bene mostrare che gli alleati vengono protetti o, quantomeno, vendicati, altrimenti che ci si allea a fare?) e hanno aiutato attivamente il nemico a razziare l’oro e le provvigioni destinati all’esercito Targaryen. Ciliegina sulla torta, hanno sfidato pubblicamente l’autorità di Daenerys adducendo come argomentazione fedeltà a una regina priva di diritti sul trono. Hanno causato un danno politico a Daenerys e uno pratico incalcolabile alla sua campagna militare.
Per cui, dove sta il problema?

È forse l’esecuzione in sé? I presupposti per giustiziarli in maniera esemplare ci sono tutti, non avrebbe avuto alcun senso far passare una serie di atti del genere impunita. E nonostante ciò, la Dananana ha offerto non una, ben due possibilità a Tarly Senior di salvarsi: giurare fedeltà (per quanto vale) e riunirsi al suo esercito, e poi farsi esiliare alla Barriera. Lui ha rifiutato entrambe sminuendo apertamente l’autorità di Daenerys, e lei ha riasserito quell’autorità giustiziando un criminale: si chiama politica in tempi di guerra in una società feudale.
Il problema è allora che ha giustiziato pure Dickon? Poteva starsene zitto e rimediare agli errori del padre giurando fedeltà. Ha deciso diversamente, ha subito le conseguenze della sua scelta. Di nuovo, una persona in posizione di potere in una società feudale deve mandare un messaggio quando la sua autorità viene sfidata pubblicamente, altrimenti finisce per perdere tutto.
Il problema è la morte cruenta? Il fuoco di Drogon è così caldo che ha incenerito soldati in secondi: direi che è una morte piuttosto rapida. E relativamente indolore, visto che più e caldo il fuoco, meno le ustioni fanno male perché i nervi si bruciano e non trasmettono più gli impulsi del dolore al cervello. Non è come un rogo di Melisandre o di Aerys, è più rapido di una decapitazione.

Maremma, mi sembra assurdo difendere la Dananana, ma chi parla a vanvera mi dà più ai nervi di lei che sciorina tutti i suoi titoli. L’esecuzione dei Tarly non è stata né tirannia, né follia, né crudeltà: è stata una manovra politica in tempo di guerra con dietro motivazioni abbondanti e precise. Anzi, probabilmente è uno dei pochi storyline davvero coerenti di tutta questa stagione. Per cui, come dice Margaery:


Thursday, 20 July 2017

Lust For Life: a rogue review

Lo dico con sincerità, sono contento che su Armonie Universali, la webzine musicale a cui contribuisco, sia Michele a occuparsi di Lagna del Rey: non penso che sarei in grado di parlare di Lust For Life in toni professionali, di scrivere un’analisi davvero coerente per un disco così carente a livello strutturale, o di approfondirlo troppo, visto che l’ascolto è davvero, davvero faticoso. Ma dato che mi sono preso la briga di ascoltarlo, ecco una “recensione” rogue e disimpegnata in cui raccolgo le annotazioni che ho buttato giù durante l’ascolto: non posso deludere il mio carissimo Francisco che si aspetta un po’ di snark.

In cui io sono Lady Olenna.

Partiamo dal peccato originale di Lust For Life: è troppo lungo e molto monotono. La mancanza quasi assoluta di variazioni strutturali, melodiche e di arrangiamenti (quando ci sono, il missaggio le penalizza) non giustifica né canzoni per lo più sopra i quattro o cinque minuti (una sfiora addirittura i sei!), né la durata totale del disco, ben un’ora e tredici. Sedici canzoni sono tante giù in condizioni normali, a maggior ragione quando solo un paio – tre a essere generosi – spiccano nel mare di noia.
Di positivo, c’è che un passo avanti è stato fatto: non è offensivamente brutto come Ultraviolence o Honeymoon, né eccessivamente pacchiano come Born To Die, ma ciò non significa che sia un buon disco: su una sessione ritmica costantemente monotona e priva di vita, troviamo o melodie carine penalizzate da arrangiamenti privi di senso, o arrangiamenti interessanti sprecati su melodie inesistenti (quando gira bene: ci sono anche melodie brutte che corrispondono ad arrangiamenti orribili). Il fatto che il tutto si mantenga più sobrio che in passato (non c’è né l’eccesso strumentale di Born To Die, né la cacofonia faux-post-rock di Ultraviolence) è di per sé un merito, ma rivela senza pietà la mancanza di struttura e sostanza delle canzoni, che non hanno nemmeno più un po’ di make up a mascherare i loro difetti.
Ho accennato al missaggio, ed è proprio quello che, spesso, trasforma la mediocrità in orrore: molto spesso, guizzi interessanti della parte strumentale finiscono per annegare in riverberi e filtri senza senso, col risultato che le singole componenti possono catturare l’orecchio, ma si mescolano le une alle altre diventando una specie di rumore di fondo frustrante all’ascolto.
Che lo dico a fare, il colpo di grazia lo dà la performance vocale di Lagna: i difetti sono i soliti – note calanti, timbro nasale, troppo fiato, vocali sguaiate, acuti traballanti – e, come sempre, sono enfatizzati, piuttosto che corretti, in postproduzione con l’immancabile caterva di sovrapposizioni senza senso, filtri vocali vìnteig, riverberi e una prominenza schiacciante sulla parte strumentale. Su un album già lungo e monotono, una performance piagata da difetti tecnici così evidenti e un’interpretazione fiacca e priva di qualsiasi emozione è ancora meno accettabile.

Parlando dell singole canzoni, Love ha una melodia orecchiabile ma mostra già in apertura che il tutto è troppo diluito;  e i gemiti sul bridge sono proprio brutti. Lust For Life è forse la traccia “migliore” del disco: ha una bella melodia e delle belle tastiere, e l’unica pecca è la parte parlata che rallenta ulteriormente una canzone già poco vivace. 13 Beaches inizia con la brutta orchestrina sanremese e dei campionamenti inutili. L’arrangiamento del ritornello non è male, specie il synth-arpa, ma sopportare la loffiaggine delle strofe per arrivarci è abbastanza faticoso. Cherry inizia con un vocalizzo di rara bruttezza e continua con una melodia vocale inutilmente prolissa, soprattutto nelle strofe. Di salvabile ha solo il beat del ritornello, sprecato nella scarsa coerenza del resto. Il “fuck” finale dà un tocco di classe che spostati.
White Mustang non è malvagia, è semplicemente soporifera, soprattutto per la prova vocale del tutto priva di espressività. I fischi sul finale danno un tocco orribilmente cacofonico in una texture strumentale così scarna. Summer Bummer – un titolo, una garanzia – è invece proprio brutta. La parte rap è loffia quanto le vocals di Lana ed è semplicemente insopportabile, mentre i vocalizzi di sottofondo verso il finale sono atroci. Sul serio, Lagna, chi te lo fa fare a strozzarti così? Scrivi roba alla tua portata.
E a proposito, su Groupie Lover la voce raggiunge picchi di nasalità impressionanti. Senza quel beat caotico l’arrangiamento del ritornello sarebbe stato interessante, ma tutto quel rumore distrae da una melodia già difficile da seguire. Il bridge ha una parte strumentale molto carina, ma i rapper rovinano tutto. L’orrore vocale continua su In My Feelings: il filtro, combinato con il tono nasale e la sguaitezza degli acuti, è micidiale, continua pure sul ritornello e rende gli acuti del bridge semplicemente atroci. Manca totalmente una melodia coerente, il che è uno spreco di una base interessante.
Coachella – Woodstock In My Mind ha una melodia noiosa, un arrangiamento troppo uniforme ed è cantata davvero da cani. Riverberato com’è, il synth sul bridge è proprio cacofonico. God Bless America – And All the Beautiful Women In It invece prende ritornello che non è male, ma lo annega in troppa ripetitività. L’accavallarsi senza senso delle tracce vocali nel penultimo ritornello crea solo confusione, specie perché è una delle peggiori performance vocali di Lana in assoluto. In compenso, apprezzo l’ironia degli spari in sottofondo: cattura appieno lo spirito americano.
When The World Was At War We Kept Dancing è la prima canzone a variare gli arrangiamenti introducendo un po’ di chitarra. C’è di nuovo un accavallarsi senza senso di tracce vocali su un cantato già sfiatato e sguaiato, specie su quei brutti acuti. Beautiful People Beautiful Problems sembra promettere un’altra novità, il pianoforte, ma si tratta semplici accordi in successione che non variano mai. La melodia non è male, ma l’arrangiamento è di una monotonia estenuante. Tomorrow Never Came è una ballata innocua, anche se eccessivamente lunga: Non aggiunge nulla di davvero interessante, ma almeno non è offensiva da quanto è brutta. D’altro canto, Heroin, che sfiora i sei minuti, è insopportabile. La tastiera iniziale è carina ma, di nuovo, la performance è davvero aberrante. A un minuto ancora non è successo nulla d’interessante e l’attenzione scema praticamente fino al bridge, dove i latrati di Lagna svegliano all’improvviso. L’organo di sottofondo, invece che aggiungere un tocco, aumenta il senso di pesantezza di un brano troppo lento e monotono che non ha un vero climax e una risoluzione.
Change ha un piano davvero bello, ma è relegato sullo sfondo nel mix per lasciare spazio a una performance, alla meglio, mediocre. Peccato: anche la melodia è carina, ma la scelta di missaggio penalizza davvero il brano. Get Free, infine, ha qualche scelta imbarazzante, come i controcanti sguaiatissimi a fine ritornello (sull’ultimo sono addirittura più forti della linea vocale principale, ma perché?!), ma la melodia è bellina, l’arrangaiamento vivace e, con questo ritmo, anche l’accenno di organetto trova un suo posto. Peccato per un intero minuto di rumori di onde e gabbiani alla fine di un album che già era troppo lungo: è una scelta insensata.

L’unico vero progresso è che, stavolta, i testi almeno un 6-- se lo meritano, se non altro per lo sforzo: certo, c’è sempre una predominanza di immagini da Sogno Americano in salsa hollywoodiana (fra le spiagge estive, auto di lusso, groupie, vita paxxissima da ragazzaccia, prostituzione, il Cartello di Hollywood tirato in ballo così), riferimenti troppo diretti al vìnteig, ma almeno la glamourizzazione della tristezza è tenuta a un minimo accettabile e c’è un tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza sociale. Con la profondità di una pozzanghera, ma almeno è qualcosa – sebbene sia una minoranza delle canzoni, contrariamente a ciò che millantava la stampa online. Non c’è nulla di realmente interessante, ma almeno non sono testi stupidi e pretenziosi come in passato.

Certo, la mancanza di male non è di per sé bene. Lust For Life è meglio dei due predecessori, ma resta lungo, monotono e privo di reali contenuti. E non è solo una questione di apprezzare o meno la musica downtempo: sono proprio le carenze strutturali delle troppe canzoni, la mancanza di una progressione coerente che arrivi a un picco e a una risoluzione, l’eccessivo trascinarsi di melodie sconclusionate, la ripetitività e l’appiattimento degli arrangiamenti a dare questa sensazione estenuante. L’unico tentativo di innovazione e insaporimento, l’inserimento dei rapper, è naufragato malamente perché le canzoni non hanno melodie che sostengano quelle parti e il tutto si traduce in ulteriore noia.
Insomma, ci sono modi migliori di impiegare quell’ora e passa di tempo che ascoltare un album, sostanzialmente, inutile.

Saturday, 29 April 2017

Schadenfreude


Lo ammetto: mi sento un filino ipocrita. Il fatto è che l’intera faccenda del Fyre Festival si offre talmente bene a una risata per come una certa fascia sociale abbia sbattuto brutalmente il muso sulla realtà quotidiana di certe altre fasce sociali che è difficile mettere a fuoco che questo stesso divertimento è indice di quanto la nostra società stia sbandando.

Per chi non seguisse le vicende virali su internet, il Fyre Festival è sostanzialmente un incrocio fra Lost, un episodio di Black Mirror e ciò che Alma Coin aveva in mente quando voleva buttare i bimbi di Capitol negli Hunger Games. In sostanza, due tizi che non hanno le minime skill organizzative hanno venduto biglietti da migliaia di dollari per un festival musicale extralusso nelle Bahamas, con tanto di ospiti illustri, ville da sogno, cucina gourmet e attività ricreative costose, marketizzandolo attraverso starlet di Instagram, influencer e quant’altro, a persone che possono permettersi di spendere quelle cifre. Il tutto prima ancora anche solo di pensare a come organizzare il tutto, col risultato che gli ospiti sono arrivati alle Bahamas per trovare una tendopoli senza cibo, acqua corrente, sicurezza e, ovviamente, ospiti musicali.
E… dai, l’intera faccenda semplicemente fa ridere, c’è poco da fare. Da amante della musica, trovo divertente che tanta gente abbia pagato un sovrapprezzo assurdo per il collaterale quando, spendendo la metà, avrebbe potuto farsi tutti i concerti in scaletta individualmente; chiaro, il punto non era la musica proposta, ma lo status symbol, il paradiso tropicale, il lusso… l’esclusività dell’evento. E poi c’è il fatto che abbiano abboccato perché un manipolo di “personalità” di internet ha presentato la cosa su Instagram in maniera sfiziosa, a prescindere da quello che sarebbe stato il contenuto. Questa vicenda si presta talmente bene a un commento sulla società dell’apparire, sulla superficialità del marketing virale, sul consumismo e bla bla che lascerò gli opinionisti seri a occuparsene.
Anche perché, il tempo di inforcare Twitter e seguire l’hashtag per farmi due risate di chi si lamentava della mancanza del lusso prima di accorgersi che non c’erano proprio condizioni umane di base, e il divertimento mi è già passato. Complici anche i commenti di quelli che non fanno parte dell’1% che poteva permettersi l’evento, ma ci mettono comunque becco. 


Per carità, ce ne sono di davvero divertenti, come quello qui sopra. Però vedo una netta predominanza delle parole “white rich millennial kids”, con le implicazioni sfortunate che si portano dietro. Non tanto il “kids”, perché è vero che la vita ovattata che hanno condotto ha sicuramente contribuito all’ingenuità con cui si sono buttati nella cosa – e pensare che il contrasto stridente ha amplificato esponenzialmente il loro orrore è sadicamente divertente. E ignorerò anche il “white” perché il fatto che indichi automaticamente privilegi non è del tutto scorretto ma nemmeno corretto, ed è un discorso per un altro momento.
Fermiamoci un momento su “millennial” e “rich”: il primo è l’ennesimo commento su come la nostra generazione sia priva di “veri valori” e ignora che qualcuno dovrà pur averci cresciuti così; il secondo è l’unico aspetto della vicenda che la rende divertente. A livello superficiale, è vero: “Boo-hoo, ti tocca dormire in tenda”. Ma a parte che il problema lì era molto più che dover dormire in tenda, se pago per un bene o un servizio, è quel bene o servizio che devo ricevere, punto. A prescindere che costi cinque euro o cinquantamila dollari. “Poor rich kid” è uno stereotipo spesso vero, e di capricci per una manicure scheggiata o un pizzetto non scontornato a dovere è pieno il mondo, ma quel “rich” qui viene brandito come una colpa. E di nuovo, sì, è sostanzialmente un gruppo di gente viziata che ha pagato uno sproposito per un mucchio di roba superflua che con la musica ha poco a che fare, ma qual è il problema, che loro possono permetterselo e noi no? Eh?

C’è poi un ulteriore aspetto che mi disturba non poco: non appena la tendopoli del Fyre Festival è stata paragonata a un campo rifugiati, tutti sono subito saliti sul pulpito a notare con enorme gaudio l’ironia di un mucchio di gente ricca e viziata che si è ritrovata nelle condizioni in cui vivono le stesse persone che vorrebbero non accogliere nei loro paesi. Tralasciando la generalizzazione… e quindi? Questi commenti chi li sta facendo, i rifugiati nei campi profughi o gente che può permettersi l’accesso a internet dalla comodità delle proprie case? Se è giusto che gli amichetti di Kendall Jenner vivano per un giorno da profughi per capire com’è, perché non lo fanno anche quelli che commentano? Magari l’ironia della situazione non sarebbe più così divertente, quando non capita agli altri?
Il punto di questi commenti non è pensare a quelli che stanno peggio di noi e augurarsi (o contribuire a portare) un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma bearsi del peggioramento di quelle di gente che sta meglio di noi. Ed è un problema sociale non indifferente. È la versione più divertente e meno crudele di quelli che, quando succede un attentato in una città europea, subito strillano: “Ben ci sta, ci sono luoghi del mondo in cui questa è la realtà quotidiana, almeno abbiamo un assaggio e capiamo com’è”.
No.
No, no e NO. Questo è un ragionamento sbagliato. Il punto della civilizzazione non è dare a tutti un assaggio della brutalità del mondo. Non è peggiorare le condizioni di chi sta meglio per sentirci tutti un po’ più infelici. Il punto di una civiltà sana e prospera è far sì che nessuno viva in condizioni disperate e subisca violenza. Pensare il contrario, che un mucchio di gente ricca si meriti di fare un giorno il profugo per una propria scelta andata male – o che una bomba sotto casa ci “insegni la lezione” – non risolve il problema di chi davvero vive così perché subisce le scelte altrui.
Come ragionamento, non ci dà la superiorità morale per giudicare uno stile di vita che percepiamo come sbagliato. Alla fin fine, è sintomatico della stessa, identica mentalità del riccone che ignora i problemi della gente comune perché tanto capitano a qualcun altro, solo venata dell’invidia di non poter fare altrettanto. Non è lotta sociale, è semplice meschinità.

Per cui, sì, la faccenda del Fyre Festival è oggettivamente ridicola e non si può sfuggire a una certa dose di schadenfreude per come è nata e si è sviluppata. Ridiamoci pure, questi cinque minuti, ma magari riflettiamoci anche un po’, cerchiamo di individuare il vero problema e miglioriamo un filino la nostra mentalità, privata e collettiva, per concentrarci su espandere il benessere invece che imporre il malessere.

Friday, 24 March 2017

Ammaestrare la Bestia

Sarà che ultimamente sono un filino ipersensibile su qualsiasi cosa rientri nella sfera de La Bella e la Bestia perché il 90% del mio spazio-pensiero è occupato da quello, ma sono appena inciampato su un video che è partito bene, è scivolato malamente sul finale e mi ha fatto incazzare parecchio per questo:


Ora, di base l’idea che c’è dietro sembra buona; sono l’esecuzione e il messaggio finale ad avere delle implicazioni poco fortunate. Inizialmente, il tema sembra essere come la retorica de “i maschietti non piangono” danneggi gli uomini e, scoraggiando la loro empatia, porti come conseguenza la violenza sulle donne. Sul finale, invece, il problema viene completamente accantonato e l’attenzione si sposta unicamente sulla violenza verso le donne, senza stabilire una diretta relazione fra i due fenomeni. Non c’è nulla nel linguaggio cinematografico del video che stabilisce un collegamento fra “i maschietti non piangono” e la violenza e mancanza di empatia verso la ragazza: non vediamo, ad esempio, lo stesso tizio che dice “Romeo, i maschietti non piangono” attaccare la sua ragazza per dimostrare che è quella mentalità la causa della violenza. Probabilmente è reso implicito dalla trasformazione del ragazzo sensibile in Bestia, ma poi arriva il messaggio finale della signora che smonta del tutto quest’idea: non c’è qualcosa che non va ne “i maschietti non piangono”, è che a quel messaggio manca “e non fanno piangere le ragazze”. Il benessere affettivo e la completezza umana dell’uomo è totalmente irrilevante, a patto che lo si prenda e lo si ammaestri come un cagnolino perché, povero scemo primitivo, non capisce.
Insomma, non c’è bisogno di preoccuparsi di ritrasformare la Bestia in Principe, basta mettergli il guinzaglio.

E qui torniamo a La Bella e la Bestia, che considero un film dal messaggio fortemente antisessista. All’inizio, la Bestia non è poi tanto dissimile da Gaston: è l’estremizzazione del principio maschile di forza bruta, virilità incontrollata e completa disconnessione emotiva. Ciò che rende la Bestia tale è proprio quello: non è empatico, non rispetta le emozioni degli altri perché non riconosce il valore delle proprie; non si rende conto che è l’assenza di qualsiasi emozione non sia rabbia virile a renderlo un mostro. Ed è ricongingendosi a quel lato, imparando l’empatia, il valore delle proprie emozioni e il rispetto di quelle degli altri, che spezza l’incantesimo.
Parlando per archetipi, smette di essere una Bestia e diventa un vero essere umano quando completa il suo lato “maschile” (forza, rabbia, istinto) con le caratteristiche considerate “femminili” (empatia, raffinatezza, cultura, espressività). Gaston, d’altra parte, fa completamente sua la logica de “i maschietti non piangono” e, fino alla fine, ignora il valore delle emozioni e non rispetta quelli altrui, al punto che ciò gli si ritorce contro e lo conduce alla morte.
È questo il messaggio che trovo importante: è liberando se stessi del sessismo, dello stereotipo di ciò che è adatto o meno ai maschietti e alle femminucce, in termini emotivi, che si diventa esseri umani migliori e si impara a rispettare se stessi e gli altri; se non si cerca di crescere in questo senso, siamo noi stessi i primi a rimetterci.

E è proprio questo che manca al video di cui sopra: non viene enfatizzato che preservare l’equilibrio psico-emotivo di una persona è fondamentale per spingerla a trattare gli altri con riguardo. Il problema è solo la violenza (fisica) sulle donne, non quella (psicologica) con cui le aspettative sociali sui ruoli di genere trasformano i Principi in Bestie. È proprio quello che mi fa incazzare: l’atteggiamento di menefreghismo verso il problema maschile, come se il ragazzo lì fosse un semplice accessorio nella narrativa dell’emancipazione femminile e non avesse un proprio vissuto, che include una certa pressione sociale affinché si conformi a un certo comportamento.
Ma la realtà è che non si può insegnare ai maschietti a non far soffrire le femminucce se prima non si insegna loro che la sofferenza non è una colpa, che piangere, essere tristi, non è sbagliato, che non si deve essere puniti per quello, ma ci si deve sostenere a vicenda. Se non si smette prima di colpevolizzarli quando piangono, come possono capire che quel pianto è importante, che la tristezza e il dolore sono reali, che non li si dovrebbe infliggere deliberatamente agli altri – maschi o femmine che siano?
Purtroppo, a un grosso ramo del femminismo questa sottigliezza sfugge: non vede al di là del suo naso e non capisce che ogni problema delle donne è lo specchio, l’altra faccia, la diretta conseguenza di un problema degli uomini, e che la società sessista colpisce tutti indistintamente. Che poi, è un atteggiamento controproducente: ignorare che anche gli uomini hanno problemi impedisce un’analisi obiettiva dei fatti che aiuterebbe a formulare una soluzione più facilmente raggiungibile.
Fortunatamente, c’è anche un ramo del femminismo (che in realtà è semplice antisessismo, ma non lo sa) che capisce che l’obiettivo è il benessere di tutti e gli interventi vanno fatti in tandem per risolvere sia i problemi che affliggono le donne, sia quelli che affliggono gli uomini. Per restare in tema, mi viene in mente proprio una certa Belle che la pensa così e diffonde questo messaggio.
E poi chissà, magari passeremo dal voler solo ammaestrare la Bestia senza preoccuparci per lui, non solo al trasformarlo di nuovo in Principe, ma al non trasformarlo proprio in Bestia dall’inizio.

Saturday, 18 March 2017

Beauty & the Train

Mentre ammiro il paesaggio mozzafiato della costa giuliana dal treno – e, dopo tutti questi anni, non ha ancora smesso di incantarmi – mi viene da chiedermi se, al di là delle questioni tecniche come terreno e rilievi, la monarchia Austroungarica non abbia deliberatamente scelto questo percorso per sbalordire il viaggiatore che arrivava a Trieste per la prima volta. La ferrovia si snoda in alto, sopra scogliere carsiche coperte di boscaglia che arriva fino al mare. In lontananza, oltre Trieste, la costa settentrionale dell’Istria, e da quassù si abbraccia una porzione davvero mozzafiato di orizzonte.
Non mi sorprenderebbe se il percorso del treno fosse stato studiato tenendo conto anche delle esigenze estetiche, in un’epoca in cui ancora non erano sacrificate sull’altare della totale praticità. Del resto, perfino l’acquedotto austroungarico di Trieste è puntellato di cisterne costruite a forma di torre di vedetta medievale, per nessun altro motivo che per intonarsi col paesaggio circostante.
Fatto sta che il tratto di ferrovia fra Trieste e Monfalcone è uno dei più belli che abbia mai visto.

In tutto ciò, ho visto anche La Bella e la Bestia al cinema l’altro ieri. Dire che mi è piaciuto sarebbe un eufemismo, ma ancora non mi sento pronto a scrivere un parere / recensione: è un argomento troppo emotivo (e sì, ho pianto per due terzi buoni del secondo tempo; ma proprio a singhiozzi, non esagero). Confido nel fatto che in Merilend, dove sono giusto diretto, arrivi un po’ in ritardo, così potrò andarlo a rivedere con calma, magari assieme alla Mater.
Per ora posso dire che Dio ha sicuramente voluto punirmi con la nuova traduzione delle canzoni (e, considerando che nemmeno esiste, ha decisamente strafatto: sono orribili). Non solo per il fattore nostalgia, ma proprio perché la metrica non entra nella melodia. E che cavolo, tieni il vecchio adattamento se vedi che quello nuovo fa pietà agli studenti del tecnico per turismo. Comunque non è una colpa che posso attribuire al film: semplicemente, appena uscirà in DVD lo guarderò in inglese vita natural durante e dimenticherò di aver sentito quella roba atroce.
Accenno giusto al fatto che Le Fou è diventato uno dei personaggi migliori del film, e non per la sottotrama gay, ma proprio perché nel complesso è scritto proprio bene. L’ho davvero adorato e penso che scriverò un post apposito in cui spiego perché le mie paure sull’eredità del codice Hays fossero infondate.
Per il resto, un paio di scelte secondo me hanno funzionato davvero male e hanno tolto drammaticità a momenti che nel cartone erano molto intensi, ma gli sceneggiatori hanno compensato in altri frangenti. In generale, il film omaggia molto la versione animata, a volte la prende un po’ in giro affettuosamente sui dettagli bizzarri che i fan hanno notato in questi anni, ma nel complesso è un’opera a sé stante che cammina sulle sue gambe. Il fatto di avere due film Disney de La Bella e la Bestia da guardare che non si oscurano a vicenda mi rende molto felice. (Mi fa anche piangere come una fontana, in realtà, ma quello non andrà mai via, temo.)

Tuesday, 14 March 2017

Ciò che non è salvabile in Un Magico Natale

Lo ammetto: sono rimasto scioccato nello scoprire che esistono fan de La Bella e la Bestia: Un Magico Natale (ciao, Veronica, sto guardando te), o persone che addirittura dicono di aver visto quello più volte dell’originale (GASP!) e ricordano a memoria tutte le canzoni (ciao, Arrigo e Chiariel, sto guardando voi). I mean…


Io pensavo che il massimo sentimento positivo che si potesse avere per quella cosa fosse tolleranza, e pure a denti stretti. Ma visto che l’attesa per il live action de La Bella e la Bestia mi sta snervando, ho deciso di essere una persona orribile e smontare il film pezzo per pezzo per il solo gusto di rovinarvelo. Ed essermi svegliato a un orario improponibile stamattina mi fa desiderare che sia la vigila di Natale per rovinare anche un po’ lo spirito natalizio così, a caso. Di sicuro riproporrò questo post il prossimo dicembre per pura cattiveria.
E qui iniziano i problemi, perché se devo parlare male di questo film, francamente non so nemmeno da che parte cominciare perché è un tiro al bersaglio. Come ho già accennato, l’animazione è la pallida ombra di quella dell’originale – sebbene non sia orripilante come quella di moltissimi altri sequel Disney, primo fra tutti l’agghiacciante Mondo Incantato di Belle. La trama è stupida fino a essere imbarazzante ma, dovendo finire la storia nello stesso punto in cui l’hai iniziata – stesso motivo per cui, se si esclude l’analisi psicoanalitica, il villain è uno dei più stupidi e meno motivati dell’intera produzione animata Disney: l’unico conflitto che può esistere in un midquel ambientato in un castello isolato dal mondo deve essere interno,non c’è molto da poter inventare. Solo che questo, di midquel, fa davvero poco per provare ad attenuarli.

Andando più nel dettaglio, però, vogliamo parlare dei problemi di continuità col film precedente?
Quando? No, seriamente: quando dovrebbe aver luogo, ‘sta menata? L’ipotesi più probabile è dopo l’attacco dei lupi nella foresta, visto che Belle mostra segni di disgelo verso la Bestia, ma prima della libreria, visto che lui si comporta ancora da stronzo (il che è un problema di per sé, ma ci torneremo dopo). Eppure, ci sono mica segni di fasciature sul braccio della Bestia? No, e ciò è ridicolo, perché quando la Bestia e i servitori parlano di che regalo fare a Belle lui sta ancora guarendo. E il motivo per cui la Bestia le regala la libreria è che vuole “fare qualcosa – ma cosa?” per Belle: visto che Belle vuole a tutti i costi celebrare il Natale, quale modo migliore di accontentarla facilmente e senza sforzo, pur con tutto lo stress post-traumatico per l’anniversario della trasformazione? Cioè, questo segmento è totalmente incollocabile nella linea temporale del film originale perché non c’è nessun momento in cui Belle vuole avere a che fare con la Bestia prima che lui smetta di comportarsi da mostro.
Lumiere e Angelique. Lumiere x Spolverina è stata una delle mie OTP sin da quando avevo quattro anni. D’accordo che anche nell’originale è implicato che lui flirta con qualsiasi cosa si muova e abbia (o abbia avuto) due cromosomi X, ma il fatto che in questo film si dedichi unicamente ad Angelique (che non riceve neanche una menzione nell’originale) mentre Spolverina fa mezzo cameo fra le comparse di un numero musicale mi ha da sempre mandato in Bestia. Pun intended.
• La foresta nera. “Sembra pericolosa…”, dice Belle quando Forte le suggerisce di andarci a cercare un cavolo di abete. NON SAPREI, BELLE, mi pare che tu sia appena scampata a un attacco di lupi feroci proprio lì, dovresti ricordarti che È pericolosa. È un rischio troppo grosso per uno stupido albero di Natale, e tu sei una persona intellig… oh wait, allo stupro dei personaggi ci arriviamo con calma.
• Il castello semidistrutto. Capisco che, se non riesci a tirar fuori una trama interessante, per rimediare devi almeno creare un climax intenso, ma… è un midquel, per l’ammorh del cielo: alla fine del film devi tornare esattamente allo status quo precedente per mantenere la storia originale intatta. In questa pagliacciata, Forte distrugge una parte del castello (esatto, non spacca solo le vetrate dell’Ala Ovest, fa praticamente crollare la torre della prigione!), ma nel resto dell’originale non c’è traccia di nulla di tutto ciò. What gives?! Se crei un midquel dove succedono eventi che rischiano di stravolgere l’originale, forse l’hai fatta un po’ fuori dal vaso, eh!
La magia di Forte. Castello a parte, perché mai Forte ha dei poteri magici? L’Incantatrice vuole punire la Bestia e maledice lui; poi maledice anche gli abitanti del castello per dimostrargli che il suo egoismo ha conseguenza anche sugli altri. Se la trasformazione è una punizione, che senso ha dare a uno (e uno solo) dei cortigiani poteri magici potenzialmente letali che, oltretutto, migliorano la sua esistenza rispetto a quando era umano? I poteri di Forte contraddicono completamente la logica della storia. (E anche i toni, ma di quello parlo sotto.)
Che fine fanno i nuovi personaggi? Sempre il problema dei midquel che si svolgono in uno spazio chiuso, entro la fine di Un Magico Natale tutti i nuovi oggetti diventano BFF con quelli già noti. Ti aspetteresti che sia Fife a suonare per il ballo, o Angelique a decorare la sala, o salcazzo cosa; invece, ovviamente, essendo personaggi creati ex novo, non li si nomina più per tutto il resto della storia. Ne deduciamo che Angelique sia tornata in soffitta con i suoi amici addobbi alla fine del midquel? Beh, sono oggetti a tema natalizio: non ne sentiremmo la mancanza, se non aprissero un buco di continuità che spalancano.
Che fine fanno i nuovi personaggi, reprise. Forte costituisce di nuovo un grosso problema a parte: è BLOCCATO SU QUESTA PARETE!!! e quindi fisicamente giustificato per non essere apparso prima, ma resta pur sempre il più fidato consigliere della Bestia negli anni della maledizione. Eppure, non viene nominato mai nel corso del film originale: gli altri servi non lo nominano; la Bestia non corre a confidarsi con lui appena una ragazza mette piede nel castello, o dopo che l’invito a cena va malissimo; non gli chiede consiglio nemmeno per la questione del “voglio fare qualcosa – ma cosa?”; dopo la sua morte, la Bestia sembra riprendersi senza conseguenze, anche se ha scoperto di esser stato manipolato per anni, tradito e ha perso quello che era il suo unico amico nei momenti più neri. Di nuovo, il midquel non era previsto nel film originale, è logico. Ma, facendo il passo più lungo della gamba, apre l’ennesimo buco di trama.
• Il vestito dorato. E QUI MI PARTE IL BERSERK: IL FATTO CHE BELLE ABBIA INDOSSATO QUEL VESTITO PRIMA DEL BALLO CON LA BESTIA ROVINA COMPLETAMENTE QUELLA SCENA. Tutta la suspence, tutta la sorpresa di vedere come si è fatta bella per l’occasione, l’intensità di come la Bestia la accoglie sulla scalinata vedendola vestita da principessa… buttati via, perché indossa il vestito per vedere un cavolo di albero di Natale. NO. NO E POI NO. QUELLA SCENA NON È MAI ESISTITA, MI RIFIUTO!

Piccolo appunto sulla magia di Forte: fin da piccolo, l’ho sempre percepita come estremamente fuori posto rispetto ai toni del film, anche se non avevo ancora gli strumenti analitici per capire il perché. Ed è vero, a scatenare tutto l’intreccio è una maledizione che viene spezzata con tanto di fuochi d’artificio magici, e i sidekick sono oggetti animati. Ma, tolto questo, la trama del film è estremamente umana e “reale”. Gli ostacoli che Belle e la Bestia devono superare sono puramente psicologici: il peso delle aspettative della società, la perdita del senso di identità, il non sapersi rapportare con gli altri e con i propri sentimenti, il voler essere migliori per non deludere qualcuno a cui si tiene, la ricerca del proprio posto nel mondo e la sorpresa di trovarlo accanto a qualcun altro ostracizzato dalla società. Il cattivo, Gaston, è un semplice uomo, frutto dei suoi tempi e della sua società, senza incantesimi, poteri o magia: semplicemente, cede al peso del suo ego, cresciuto a dismisura per colpa dell’ambiente in cui vive, e ne rimane schiacciato.
Infilare in tutto ciò un enorme organo magico che attacca materializzando la sua musica sotto forma di pentagrammi annotati color verde fosforescente è giusto un tantino fuori luogo.

E poi c’è il grosso problema di come tutti, ma proprio TUTTI i vecchi personaggi siano clamorosamente out of character, chi più chi meno. Tranne, forse, Maurice, che fa mezzo cameo senza nemmeno dialogo all’inizio e alla fine del film. Ma gli altri sono un disastro.
Gli oggetti animati. Ora, è vero che, crescendo, ho rivalutato un po’ i sidekick della Bestia (a parte Mrs. Bric) e ho iniziato a vederli come un filino egoisti e petulanti sotto la patina di preoccupazione e affetto per Belle. Il che è giustificato (sono stati maledetti senza aver colpa e gradirebbero tornare umani, prova a biasimarli), ma quel vago senso che vedano in Belle poco più che un mezzo per arrivare a un fine un po’ mi pizzica. Beh, leviamo pure il “vago”, perché in Un Magico Natale non c’è nessuna sottigliezza nel loro voler forzare le cose fra Belle e la Bestia. Nel primo film, sebbene abbiano una certa urgenza, rispettano l’individualità di Belle e del Padrone, e al massimo aiutano lui a smussare gli angoli per essere in primis una persona migliore e, di conseguenza, conquistare Belle. Qui invece complottano a tutto spiano e si inventano piani stupidi e complicati per farli trovare da soli assieme anche se probabilmente lei non vuole avere nulla a che fare con lui e lui soffre tremendamente perché non si sente all’altezza di lei. Cioè, ma l’empatia? Dimenticata del tutto?
La Bestia. Lui è una caricatura, punto. D’accordo che nell’originale avevamo stabilito che “il Principe era viziato, egoista e cattivo”, ma in questo film sembra un marmocchio di cinque anni che fa i capricci per le cose più stupide! Perché lascia un’impronta amorfa sulla neve. Perché Belle vuole prendere un ciocco di legno per fare lo Yule Log. Per le decorazioni di Nat– no, ok, quelle danno ai nervi anche a me, but still! Nel film originale, Belle e la Bestia hanno i loro dissapori, ma almeno su cose sensate, non su stupidaggini. E soprattutto, Belle rimetteva la Bestia al suo posto e lui si dava una calmata, non continuava a borbottare in un angolo come una pentola sul fornello, pronto a esplodere per la successiva cazzata: c’è un limite di battibecchi che si possono mettere in una relazione prima che inizi a puzzare di abuso, sapete? Ci sarebbe anche da ridire sul suo continuo piangersi addosso e lagnarsi con Forte, che nel film originale era giusto un accenno mentre qui è esasperato, ma il rapporto della Bestia con Forte è, appunto, l’unica cosa che mi sento di salvare da questo pastrocchio, per cui sorvolerò.
Belle. Oh Belle. Da dove comincio per descrivere il massacro che hanno fatto al tuo personaggio? La mia argomentazione di punta contro la faccenda della sindrome di Stoccolma ne La Bella e la Bestia è che uno, quando la Bestia la lascia andare lei se ne va probabilmente per sempre, e due, soprattutto, Belle non intende aver nulla a che fare con lui finché lui non smette di comportarsi da coglione. Non un secondo prima. Finché lui non inizia a trattarla con rispetto, lei non tollera nessuno dei suoi capricci, non gli parla fuori dallo stretto necessario, gli risponde a tono quando si sente insultata, non lo frequenta, non si interessa a lui, non prova niente (di positivo, per lo meno) per lui. Men che meno cerca di cambiarlo o riparare il suo quorycinoh spezzatoh e tirarlo fuori dalla sua infelicità. Non è lei che cerca di cambiarlo, è lui che decide di cambiare il suo atteggiamento per piacere a lei e, nel farlo, si scopre migliore di quel che lui stesso riteneva.
Qui invece Belle, oltre a essere eternamente felice, gioiosa e ottimista mentre è ancora la prigioniera di un mostro che la tratta di merda, ruota totalmente intorno a lui, ai suoi capricci, alle sue crisi emo, a come renderlo felice, a come ripararlo, a come cambiarlo, a come far funzionare una relazione con un uomo abusivo e violento. Non c’è nulla ella Belle che rifiuta fermamente Gaston perché ha rispetto per se stessa, e sempre per quello non si lascia maltrattare perfino da un uomo in una posizione di potere rispetto a lei: qui vede la Bestia come un progetto, il povero uomo da riparare col suo ammoreh, e perde ogni dignità nel farlo. Cioè… NO. Quella lì non è Belle. È una crocerossina che fa il cosplay di Belle, ma NON È BELLE. Non è lo stesso personaggio, non ragiona nello stesso modo, non si comporta nello stesso modo, non ha gli stessi valori, non comunica lo stesso messaggio. E la cosa che mi manda del tutto in bestia è che hanno ridotto così la PRIMA Principessa Disney ad avere un carattere interessante, completo e separato da quello del suo uomo! PERCHÉ NESSUNO HA FERMATO QUESTO SCEMPIO, PERCHÉ?!

Io dopo dieci minuti di Belle in questo filmaccio.
E insomma, capisco che è un sequel direct-to-video e anche uno speciale di Natale, ma ciò non toglie nulla all’orrore che fa questo film. La Bella e la Bestia aveva un messaggio importantissimo sull’amore e il rispetto per se stessi come base per amare e rispettare il prossimo, sul non arrendersi e continuare a cercare il proprio posto nel mondo anche se il mondo sembra rifiutarti, che c’è speranza per tutti ma bisogna rimboccarsi le maniche e cambiare le cose. Questo invece è l’equivalente della logica per cui i ventidue alberi di Natale in Piazza Unità dimostrano che a Trieste va tutto bene e la crisi è passata perché hey, è Natale! È solo un mucchio di stupida, melensa superficialità natalizia, di finta speranza stagionale preconfezionata, di buonismo spensierato e perdono garantito senza riparare veramente le cose, e di vera sindrome di Stoccolma. E nemmeno ci prova, a dissimulare la sua assoluta mancanza di sostanza. Anzi, la ostenta schizzando tutto il fango che riesce sul materiale originale – e CHE materiale originale.
Odio. ODIO!
DISTRUGGETELO COL FUOCO!

La fine che questo filmaccio si merita.